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GINZBURG, LE IMMAGINI ATTRAVERSO LA STORIA
STEFANO DE MATTEIS
19 marzo 2016 la Repubblica





L'ARRIVO di Carlo Ginzburg a Napoli è stato importante per più di un motivo. Comincio da quello meno evidente. È servito a creare una straordinaria sinergia in una città che vive di conflitti, ma dove fra alcune storiche istituzioni culturali emerge di recente la volontà di condivisione, intesa come forza e prospettiva.

Ne è esempio questa iniziativa voluta e pensata da due donne, a dir poco "uniche".

Marta Herling, nell'ambito del programma di seminari e conferenze sempre più vivi e importanti per i borsisti dell'Istituto italiano per gli studi storici, ha proposto un intenso seminario di Carlo Ginzburg in tre giorni sul tema: "Tra testi e immagini: la mise en abyme".

Il grande storico ha messo a disposizione di una "classe" di borsisti – davvero eccezionale per qualità, preparazione e sensibilità – il suo sapere, aprendo una ricerca ancora in fieri alla discussione, alle critiche e ai dubbi dei partecipanti.

Mariolina Rascaglia, direttrice supplente della Biblioteca Nazionale, è l'altra coprotagonista: avere Ginzburg in città è un'occasione troppo significativa per non coglierla al volo presentando il suo ultimo libro "Paura reverenza terrore.

Cinque saggi di iconografia politica" (Adelphi 2015).

Una condivisione che amplia il solco della storica collaborazione tra Istituto e Biblioteca, rinnovandola nella vita della città. E qui entro in ballo io.

Sono tra quelli che pensano che ogni volta che esce un nuovo libro di Ginzburg dovrebbero suonare le campane perché è una festa, per l'intelligenza, per la profondità, per il fascino dei temi che affronta e per come riesce a mettere a dura prova i limiti della conoscenza e del sapere.

Con "Paura reverenza terrore" ci troviamo davanti alla costruzione di cinque percorsi avvincenti: la storia di una "semplice" coppa dorata con scene della conquista del nuovo mondo, il celeberrimo manifesto dell'uomo che punta il dito su chi guarda invitandolo ad arruolarsi, il Marat di David, il frontespizio del Leviatano di Hobbes e il Guernica di Picasso.

Queste immagini scatenano una serie di riferimenti che ritornano, ad esempio, nei manifesti pubblicitari, o se ne possono trovare dei "precedenti" in immagini medioevali: perché hanno indubbi caratteri comuni.

Vengono così individuati gli elementi che si ripetono, rimandano, ritornano… e questo permette allo storico di creare una straordinaria e intricatissima trama fatta di indizi, suggestioni, riferimenti filosofici, documenti e materiali di archivio… Le immagini hanno una vita lunga che, a seconda dei contesti, produce significati anche diversi, riscritture, rielaborazioni, crea traiettorie inconsapevoli o involontarie. Ciascuna di esse «catalizza processi intricati che devono essere analizzati da vicino», perché in molti casi «la posta in gioco non è solo artistica, ma politica».

Ed è per questo che dobbiamo imparare a guardare: interrogarci non solo su cosa vediamo, ma come lo vediamo.

E questo diventa ancora più importante se pensiamo al presente.

Ha fatto molta eco la frase «Per capire il presente dobbiamo imparare a guardarlo di sbieco», ma forse sarà per il mio mestiere di antropologo che preferisco il resto della frase: «Dobbiamo imparare a guardare il presente a distanza, come se lo vedessimo attraverso un cannocchiale rovesciato».

Ed è questa distanza che permette di cogliere e definire quel percorso iconografico "nel tempo" che va dall'uso sacro di determinate immagini, attraversa la secolarizzazione, e arriva alle ricadute nel presente.

E proprio la secolarizzazione è uno dei temi, dei percorsi, delle trame che unisce i cinque saggi costruendo percorsi che dall'antichità classica raggiungono il presente mettendoci a confronto con una secolarizzazione come processo contraddittorio, tutt'altro che concluso.

In tutto questo attraversamento Ginzburg ha un eccezionale riferimento con cui dialoga e che gli serve per elaborare, costruire interpretazioni a partire da alcuni concetti come quello delle Pathosformeln proposto da Aby Warburg più di un secolo fa.

Letteralmente «formule del pathos», riferito a quelle intensificazioni a quei gesti di emozione che tratti dall'antico vengono ripresi anche con altri significati o inseriti in contesti rovesciati.

La conversazione con Ginzburg, in una Biblioteca piena di una folla interessata, è stata appassionata e appassionante: è partito ovviamente dalle immagini, dalla ricostruzione dei singoli contesti e degli usi che ne vengono fatti, ma anche dell'importanza del caso nella ricerca, del rapporto tra storia e memoria, delle trappole del concetto di identità e delle «congetture» che sono imprescindibili per il lavoro dello storico.

La conclusione del suo soggiorno napoletano la lascerei alle parole del borsista Dario Barbera che, invitato a prendere la parola a nome dell'Istituto studi storici, lo ha ringraziato per aver insegnato col suo seminario a rischiare, ad avere coraggio.

Un insegnamento che dovrebbe essere ripreso da rettori, docenti, direttori di musei, artisti, storici dell'arte, antropologi e storici, naturalmente.



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