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BARATTI - Pellegrini e Ghizzani Marcia: non vanno fermate le ricerche a Baratti
20 marzo 2016 IL TIRRENO

Assessore e presidente della Parchi: "Ora gli scavi, poi i castelli di sabbia?"

PIOMBINO. Stop agli scavi a Baratti? La richiesta dell’associazione Costa Toscana Cambiaverso ieri ha scatenato più reazioni.

La prima, più amara, è quella di chi li scavi li conduce. Su Facebook, l’archeologa Carolina Megale ieri mattina ha scritto questo post: «Abbiamo lavorato come matti per agevolare le operazioni di ripristino, abbiamo raccolto dati importantissimi per la ricostruzione di Populonia, reperti da mostrare a tutti i cittadini sono al restauro, ma niente. La soluzione di tutti i problemi è annientare gli archeologi... Altro che volontari!».

«Il rischio è che dopo lo stop agli scavi si chieda lo stop ai castelli di sabbia» concludono poi l’assessore alla cultura Paola Pellegrini e il neopresidente della Parchi Val di Cornia, Francesco Ghizzani Marcia.

«Fa benissimo CambiaVerso a richiamare l’attenzione sulla fragilità e il gravissimo rischio che corre l’arenile di Baratti - aggiungono - e su questo trova e troverà piena collaborazione del Comune e della società Parchi in ogni azione e intervento finalizzati alla salvaguardia di quella che giustamente definiscono una perla del nostro territorio. Appare invece priva di fondamento l’idea che una di tali azioni possa essere lo stop agli scavi archeologici, riconoscendo in questo tipo di attività uno dei fattori che minano la salvaguardia della spiaggia di Baratti. Ci sembra una visione a dir poco parziale e infondata, così come appare inopportuno (perché non vero) far passare il messaggio che gli scavi archeologici siano un freno o un ostacolo al pieno sviluppo turistico del golfo, quando invece costituiscono una risorsa fondamentale proprio in tale direzione».

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«Sappiamo tutti molto bene e da tempo - proseguono Pellegrini e Ghizzani Marcia - che i fattori che incidono in maniera sostanziale sulla conservazione dell’arenile sono altri, strutturali e molto più difficili da contrastare, ed esistono da ben prima che un archeologo affondasse la cazzuola nella sabbia di Baratti. I volumi di sabbia che l’erosione mangia anno dopo anno non hanno nulla a che vedere con i pochi secchi di sabbia che uno scavo archeologico può al massimo spostare. Va poi fatta chiarezza sul quadro entro cui si svolgono gli interventi di scavo sulla spiaggia di Baratti, e di quale sia il profilo degli enti coinvolti, a partire dalla Soprintendenza archeologica della Toscana, organo del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, a cui spetta la concessione delle autorizzazioni di scavo, un ente che ha sempre svolto un ruolo determinante nella salvaguardia del patrimonio archeologico e naturalistico del nostro golfo. Pensare oggi che la Soprintendenza autorizzi interventi che in qualche modo mettano a rischio la conservazione dell’arenile significa non riconoscere (o non conoscere) autorità e competenze i cui risultati sono invece sono sotto gli occhi di tutti».

«Anche nel caso degli scavi più recenti - aggiungono - l’intervento della Soprintendenza è stato provvidenziale dopo l’alluvione del 28 ottobre 2015, poiché si è attivata immediatamente per reperire fondi che hanno permesso di mettere in salvo reperti di eccezionale importanza che sarebbero andati persi per sempre e che ora saranno invece restaurati e restituiti a cittadini e turisti. Naturalmente ogni azione è stata concordata con l'amministrazione comunale e allo scavo seguiranno a breve interventi di ripristino che restituiranno al consueto uso estivo quelle piccole porzioni di spiaggia su cui sono intervenuti gli archeologi».

Poi Pellegrini e Ghizzani Marcia precisano un aspetto: «Tutti gli scavi condotti negli ultimi anni direttamente sull’arenile rispondono pienamente al criterio della straordinarietà e si sono resi necessari per recuperare e proteggere i beni archeologici di volta in volta messi in pericolo dall’erosione continua e costante. In altre parole: se l’erosione non avesse rischiato di farci perdere per sempre parti fondamentali del nostro patrimonio, a nessuno sarebbe venuto in mente di andare a intervenire sulla spiaggia di Baratti. L’archeologia è sì distruzione, ma questa constatazione (a differenza di ciò che spesso si cerca di far credere ai cittadini) non è l’alibi autoassolutorio che usano gli archeologi per operare in maniera scriteriata sul patrimonio, bensì la lucida consapevolezza che ogni azione di scavo è irripetibile; da questa consapevolezza deriva l'impegno degli archeologi a calibrare le azioni di in base al contesto in cui si svolgono e a condurle garantendo una documentazione ineccepibile».

«Temiamo - concludono - che il delicato equilibrio del golfo di Baratti e le questioni che esso pone richiedano una visione un po’ più approfondita e complessa di quella che individua il problema negli scavi archeologici sulla spiaggia. Sarebbe davvero bello se per contrastare l’erosione fosse sufficiente sospendere gli scavi archeologici, ahimé gli interventi necessari sono ben altri e su quelli dovremmo concentrare le energie di tutti».



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