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Melandri e le critiche al Maxxi: spese ridotte e più visitatori
Paolo Conti
Corriere della Sera 22/3/2016

La presidente del museo: «Non godiamo di favoritismi, siamo diventati una grande realtà internazionale»

Giovanna Melandri, presidente del Maxxi: Vincenzo Trione sul Corriere della Sera ha ricordato che ben metà del Piano economico annuale per l’arte contemporanea finisce al Maxxi, quasi 900 mila euro. In più i 5 milioni di finanziamento statale. Non c’è il rischio di svantaggiare gli altri musei?

«Prima replica tecnica: l’assegnazione della metà di quel Piano è prevista nel nostro statuto. Bisogna porsi una domanda: occorre all’Italia un museo nazionale di arte contemporanea che produca mostre, abbia una collezione, arricchendola continuamente, e offra al pubblico un panorama esauriente? Il legislatore ha detto sì istituendo il Maxxi. Si può discutere di tutto. Ma non è un favoritismo né, come scrive l’amico Trione, il frutto di un’anomalia o di privilegi legati a ambienti romani di cui non facciamo parte, visto che il nostro Direttore artistico è il cinese Hou Hanru».

Il Piano economico obbliga di fatto alle acquisizioni di nuove opere. Trione, e non solo lui, vi accusa di non incrementare la collezione.

«Hanru ha scelto di non acquistare opere sul mercato ma di produrre mostre che a loro volta producano opere che restano in collezione. Il costo di produzione per le acquisizioni della Collezione Arte, nel 2014-2015, è di 500 mila euro ma il valore delle opere è di 1.492.000. Molti artisti le hanno regalate, penso a Lara Favaretto o ai lavori esposti in Open Museum Open City che restano qui. Poi ci sono le donazioni, come “Dive into Criticism” di Mark Bradford, opera arrivata grazie a Stephen Robert e a Pilar Crespi Robert, che vale 518 mila euro. L’elenco delle acquisizioni è lungo, comprende Jan Fabre, Bill Fontana, Maurizio Nannucci, Olivo Barbieri, solo per fare qualche nome».

Nel pamphlet di Alessandro Monti «Il Maxxi a raggi X» si parla di pubblico scarso, di costi di gestione elevati e di personale gonfiato. Come risponde?

«Quel libro è del 2013. Abbiamo chiuso il 2015, col controllo inequivocabile del contapersone, a quota 355.268. Nel 2012, quando è arrivato questo nuovo vertice, erano 200 mila. Il febbraio 2016 si è chiuso con un +7% rispetto al 2015 e un +41% rispetto al 2014. Il personale: abbiamo 60 dipendenti, i più giovani definitivamente collocati grazie al Jobs act. Lo stesso numero del Pompidou-Metz che però ha 5.000 metri quadrati di aree espositive contro i nostri 10.000. La gestione? Nel 2012 il 70% del bilancio andava ai costi generali, ora siamo 50%-50% per costi e attività istituzionali, cioè le mostre che vedono i cittadini».

Trione vi accusa di provincialismo.

«Abbiamo e avremo grandi mostre in accordo con Istanbul Modern o con la Barbican Art Gallery di Londra. Potrei dire lo stesso per interlocutori a Bruxelles, a Miami, in Giappone o in Argentina. Ormai siamo una grande realtà internazionale».



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