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Napoli. La nuova urbanistica, recupero e sviluppo
Attilio Belli
Corriere del Mezzogiorno 22/3/2016

Caro direttore, giorni fa, sulle colonne del suo giornale, il presidente dell’Acen Francesco Tuccillo ha sollecitato idee e proposte per una «nuova urbanistica» incentrata su una strategia di rigenerazione urbana sorretta da una «moderna concezione di partenariato pubblico-privato». Valeria Valente nelle primarie del centrosinistra ha dichiarato «Penso a un progetto di rigenerazione urbana da candidare al piano Juncker». La Camera di Commercio con l’Acen ha presentato la ricerca su «La risorsa mare - Prospettive di sviluppo per la fascia costiera della provincia di Napoli». L’Osservatorio metropolitano di Napoli (Omen), promosso da Acen, Aniani, Inarch e Uin, ha avviato un confronto sui nuovi strumenti di governo del territorio. Si tratta di sollecitazioni significative, che andrebbero raccolte e sviluppate nella campagna elettorale per le prossime elezioni amministrative, ma soprattutto messe in pratica dalla nuova amministrazione. Avendo ben chiaro, però, che si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione, se fosse affrontata all’altezza della gravità dei problemi che opprimono la realtà napoletana.

Deve essere chiaro subito che una nuova urbanistica a Napoli, che intenda assumere come fondamento la rigenerazione urbana sostenibile, non può essere separata da una strategia di sviluppo dell’intera Città metropolitana.

Il territorio metropolitano ­ sappiamo bene ­ negli anni ha visto saldarsi progressivamente i nuclei storici in un continuum asfissiante, dove le identità originarie sono andate del tutto perdute, insieme a molte occasioni di lavoro, precostituendo l’alimento naturale per la crescita della violenza e della camorra. Per tentare di sfruttare veramente la conclusione di un ciclo basato sul consumo di suolo, per aprirne uno virtuoso caratterizzato dalla riqualificazione dell’esistente, occorre servirsi appieno delle nuove strumentazioni rese disponibili dalla legge Delrio sulla Città metropolitana, e cioè la pianificazione strategica e la pianificazione territoriale generale. Trattando insieme il territorio comunale di Napoli e quello della vecchia provincia, sulla base delle zone omogenee, non rinviandone ulteriormente la individuazione. E sia chiaro che nei confronti di questa logica, la recente approvazione del Piano Territoriale Provinciale effettuata da de Magistris sfiora soltanto la questione.

La strategia urbanistica da adottare dovrebbe accompagnarsi a una prospettiva complessiva di trasformazione della base economica in termini di nuove attività per lo più di servizio, sforzandosi di mettere a fuoco una visione per Napoli e la sua area metropolitana di rafforzamento della rete delle centralità, con l’introduzione di usi e attività compatibili, di nuovi spazi di socialità, mirando a inserire le aree periferiche nel tessuto di quelle centrali.

Per essere sostenibile questa rigenerazione dovrebbe affrontare in modo radicale l’emergenza sismica e geologica, a occidente con i Campi Flegrei e a oriente con la «zona rossa» del Vesuvio, riattivando quanto nella pianificazione territoriale regionale era stato impostato anni fa, ma colpevolmente lasciato cadere. E lo deve fare anche in riferimento alla bonifica dei territori inquinati e al risparmio energetico.

Una manovra di questo respiro dovrebbe essere valutabile sulla base di criteri obiettivi, in termini di utilizzazione virtuosa del denaro pubblico, di contributo alla trasformazione della base economica, di ricostituzione di un mercato fondiario e immobiliare capace di riavviare il circuito fisiologico delle transazioni degli immobili. E dovrebbe mirare a una utilizzazione virtuosa delle proprietà dello Stato passate agli enti territoriali (caserme, immobili demaniali), con un’azione di revisione delle destinazioni urbanistiche da parte dei Comuni; valorizzando e alienando il patrimonio immobiliare pubblico per abbattere il debito e razionalizzare la spesa delle amministrazioni locali.

Una nuova urbanistica dovrebbe imporre una profonda svolta culturale, sradicando alcuni tabù. Soprattutto quello della conservazione tout court dell’edilizia esistente. Non tutto è «storico». A Napoli, e ancor più nell’area metropolitana, oltre i tre quarti dell’esistente sono costituiti da vani di scarsa qualità costruttiva e architettonica, in gran parte non antisismici, con impiantistica superata, a forte spreco energetico. Servirebbe il coraggio di sostenere che fu un errore anni fa non avere corretto, migliorato, ma avviato ad attuazione il Regno del Possibile, consentendo un ulteriore aggravamento del degrado, e avendo l’ambizione di condurre, anche per questa via, quella vera e propria azione anticamorra suggerita più volte da Isaia Sales.

Sono molti i criteri da seguire: dotarsi di un volano edilizio pubblico per accogliere a rotazione i residenti delle aree da rinnovare; adottare una logica perequativa e compensativa e non espropriativa, finanziariamente insostenibile; ricercare strumenti finanziari ad hoc, capaci anche di mettere a reddito il risparmio energetico e di attivare le innovazioni tecnologiche utili all’efficienza della città.

Andrebbe messa a fuoco una strategia capace di mettere a sistema il piano per Bagnoli elaborato dalla cabina di regia, l’occasione delle Universiadi, la sperimentazione del primo centro di sviluppo app di Europa promosso dalla Apple.

Una strategia di questo respiro dovrebbe essere condivisa sin dall’inizio. Si tratta di un’opzione imprescindibile, da porre alla base del piano strategico, a partire dai forum da attivare nelle zone omogenee, e sostenuta da un’azione sinergica tra istituzioni, università, associazioni ambientalistiche, sindacati, costruttori, sistema bancario. Assumendo finalmente comportamenti tesi a fare e non a impedire.



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