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Ricordi di una vita, Dario Fo regala l’archivio a Verona
Silvia Maria Dubois
Corriere del Veneto - Verona 24/3/2016

Favole e cronaca. Tutta una vita, artistica e privata, a disposizione del pubblico, al civico 6 di via Santa Teresa. Già, perché alla fine Johan Padan è finito proprio nella tosiana Verona per raccontare la sua storia più importante, dopo anni in attesa di un alloggio della memoria meneghino. Da ieri, negli ex magazzini del grano oggi sede dell’Archivio di Stato, ha aperto ufficialmente il «Museo-laboratorio Franca Rame-Dario Fo». «Non ci speravo più» ha ripetuto alla vigilia dell’inaugurazione il Premio Nobel per la Letteratura, che oggi compierà 90 anni. «Ma sia chiaro, è lui che ci ha fatto un regalo» gli fa eco il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini, ieri applaudito per i tempi record («In un Paese stranoto per le lungaggini», ha sottolineato lo stesso Fo) con cui ha realizzato l’impresa.

«C’è stata la possibilità di poter disporre di questi spazi importanti dell’Archivio di Stato - si imbarazza il ministro - e volevamo fare in fretta. Verona è legata al maestro Dario Fo e quindi abbiamo scelto questa città, tutto qui. Abbiamo fatto il nostro dovere, recuperando gli anni perduti. Oggi è una grande festa».

Il secondo applauso arriva per Franca Rame, qui si emoziona anche Fo («il progetto di creare uno spazio che ci raccontasse è suo»), prima di abbracciare Giorgio Bertani, editore veronese fra i primi a pubblicare le sue opere, fra cui un’edizione di Mistero buffo . Fo accarezza il gigantesco La figlia di papà , un fondale coloratissimo alto quasi nove metri per sette. È l’opera che accoglie il pubblico nella sala centrale. Un impatto a tinte forti, pronto ad eccitare la curiosità per le sale adiacenti, fra quadri, odori di cipria e fumo che esce da decine di bauli colmi di costumi di scena, cuciti a mano da Pia Rame, sorella di Franca («le parure» ci tiene a precisare il drammaturgo, mentre tiene per mano la nipote), bozzetti delle locandine di spettacoli storici (dal Non si paga! del 1974 al Diavolo con le zinne del 1997).

Ma anche marionette, premi, contratti, lettere, recensioni e un inestimabile archivio teatrale digitale, consultabile dai fan ma anche dagli avventori occasionali. E quello che ancora non c’è, arriverà presto.

«Aspettavamo da anni, io e Franca, uno spazio dove poter rovesciare tutti i nostri lavori e metterli a disposizione di attori, pittori, amanti della cultura - racconta il Premio Nobel -. In queste stanze troverete curiosità, anche storie proibite, troverete migliaia di racconti che vi possono arricchire. Ma sia chiaro: noi non volevamo un deposito. Vogliamo che questi oggetti si muovano, che stimolino nuove idee, proposte. Questo posto deve essere usato, bisogna farci teatro, dare spazio al confronto».

Insomma, «Musalab», così è stato definito lo spazio, chiede ai suoi visitatori di giocare con copioni, costumi e il mestiere stesso del teatrante, non temendo la sperimentazione. Guai a chiamarlo museo, quindi: quello inaugurato ieri sarà un grande centro internazionale di studi sull’arte e sullo spettacolo. «Aiutatemi a raccontare la nostra storia, la storia del nostro Paese».

La serietà, d’altra parte, resta salda nei contenuti. Come in quelle opere che generosamente consegnano al pubblico la parte più intima dell’artista: quell’anticlericalismo che si trasforma in favola laica potente e sfacciata si specchia nei quadri del Gesù che bacia una sordomuta o in quello dove ricostruisce la faccia ad una lebbrosa.

«La città è onorata e orgogliosa di ospitare questa figura geniale - è la chiosa del sindaco Flavio Tosi - questa sarà una presenza preziosa, il modo migliore per continuare a restituire questi spazi alla città in quello che sarà un grande polo culturale cittadino». Anche se «dove c’è Fo, si entra subito in uno spazio extra territoriale» sorride il ministro.



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