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L'elogio dell'effimero scritto sul fiume della città eterna
SALVATORE SETTIS
10 aprile 2016 la repubblica





«ROMA GRIDA, Lucca sussurra», ha detto William Friedkin ricevendo il premio alla carriera del Lucca Film Festival. Ma con il suo fregio sul Tevere William Kentridge riesce a far sussurrare anche Roma. Città che per vanteria o per destino si autoproclama "eterna", incline alla declamazione (ma anche al mediocre storytelling), Roma è però da sempre patria dell'effimero. Nulla di più effimero dell'antica pittura trionfale, enormi pannelli portati in processione per mostrare alla folla i luoghi e le imprese di ogni guerra appena conclusa. In quelli per il trionfo di Vespasiano e Tito sui Giudei (71 d. C.) "vedevi regioni prospere ridotte a desolazione, enormi mura abbattute, i nemici in un lago di sangue, prigionieri imploranti pietà: scene eseguite con tanta abilità da trascinare chi le guardava sui luoghi stessi della guerra" (Flavio Giuseppe). Esposti in pubblico, questi dipinti si deterioravano rapidamente, e altri ne prendevano il posto, a celebrare altre guerre. C'è dunque qualcosa di antico nel fatto che la tecnica del fregio di Kentridge lo condanna a una vita assai breve. Vi riconosciamo scene dalla Colonna Traiana, da quella di Marco Aurelio, da altre opere di arte antica (fino a Bernini), ma nella loro potente evocazione non c'è nulla di retorico. La labilità della tecnica riduce l'urlo della storia al sussurro dell'esperienza individuale, costringe a riflettere non solo sui trionfi ma sulle sconfitte ( Triumphs and Laments, dice il titolo), non solo sulla memoria dei marmi e dei libri ma su "Quello che non ricordo" (così è scritto sul muro).

Kentridge è l'artista d'oggi che con più forza immaginativa ha rinnovato tecnica e funzione del disegno. I pieni e i vuoti delle sue figure presuppongono una tradizione plurisecolare di ombreggiature, ma la sormontano traducendola con sprezzatura in un linguaggio quasi scultoreo, che nella monumentalità dei muraglioni sul Tevere trova il suo teatro ideale. Qui il pathos delle immagini (dal cadavere di Remo a quello di Pasolini) s'intreccia al pathos di un'arte intensamente pensata, ma nata per morire prestissimo. Eppure l'artista non si è risparmiato: pesca in un vastissimo repertorio di eventi, intrecciandoli con mirato anacronismo quasi a suggerire che Roma è infestata in simultanea dalle ombre di un passato troppo ricco, troppo lungo. Imperatori e papi, Cicerone e Mussolini, Anita Garibaldi e l'Anna Magnani di Roma città aperta, migranti a Lampedusa e partigiani fucilati si schierano l'uno accanto all'altro, in una dolorosa fraternità che fa di Roma lo scenario del mondo. Con geniale simmetria e raro talento compositivo, a portare le insegne del trionfo Kentridge convoca figure dall'arco di Tito (il trionfo sui Giudei), ma anche da Mantegna. A metà fregio, condensa in un solo viluppo di corpi il cadavere di Aldo Moro, barbari in battaglia dal grande sarcofago Ludovisi e la Santa Teresa di Bernini. Composizione sconcertante e convincente, dove l'estasi della Santa, in quella compagnia, si trasfigura in intenso pianto funebre.

È bello che, dopo lunga anticamera di inspiegabili resistenze burocratiche, grazie all'associazione Tevereterno con il seme gettato da Kristin Jones, al Comune di Roma e al ministro Franceschini, Roma abbia in dono il più importante progetto di arte urbana oggi in Europa. Lungo il Tevere forse ancor più che sulle scene del Metropolitan (dove in novembre ha messo in scena Lulu di Alban Berg), Kentridge ha trovato una pagina congeniale al suo disegnare meditativo e talvolta ironico (ne fa le spese Vittorio Emanuele II issato su un cavalluccio di legno), ma sempre capace di assorbire la tradizione artistica fino a frantumarla, eppure rendendone riconoscibili fin le briciole, ingredienti di un presente (di lamenti più che di trionfi) che è il nostro. Nelle sue Six drawing lessons (2014), Kentridge parla di una «cacofonia di informazione che ricomincia di continuo», ma quel che vediamo oggi sul Tevere non ha nulla di cacofonico. Come un direttore d'orchestra, l'artista assegna a ciascun personaggio la sua parte, e li fa suonare tutti insieme secondo spartito; ci dimostra che l'arte figurativa può ancora farsi strumento, materia, gesto di conoscenza.



GLI APPUNTAMENTI

DOMANI WILLIAM KENTRIDGE SARÀ A PALAZZO BARBERINI (ORE 18,30) E MERCOLEDÌ INCONTRERÀ IL PUBBLICO AL MAXXI (ORE 18) DOVE FINO A DOMENICA SI ORGANIZZANO VISITE GUIDATE ALLE ALTRE SUE OPERE. INFINE, DA SETTEMBRE SARÀ DISPONIBILE IL CATALOGO A CURA DI CARLOS BASUALDO, GABRIELE GUERCIO E SALVATORE SETTIS (CON LA DIREZIONE GENERALE ARTE E ARCHITETTURA CONTEMPORANEE E PERIFERIE URBANE)




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