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LA UE E L'USO DISTORTO DEL REFERENDUM
Silke Mülherr
11 aprile 2016 la Repubblica




CERCARE di scoprire cosa vorrebbe la maggioranza è in teoria un'ottima idea. Quando in famiglia si fanno progetti per l'estate, è una gran bella cosa sentire il parere di tutti prima di decidere dove trascorrere le vacanze. Ma come si fa se poi i bambini vogliono andare a Disneyland piuttosto che sui colli della Champagne, o preferiscono la spiaggia di Rimini ai musei fiorentini? Ecco perché spesso i genitori scelgono di non consultarli affatto.

È un po' quello che accadeva finora, in materia di democrazia diretta, nel più ampio contesto europeo. Soprattutto su temi complessi di politica estera, il più delle volte i capi di governo non se la sentivano di esporsi volontariamente al paventato rischio di risultati imprevedibili. Ad esempio, le autorità federali di Berlino hanno mostrato di temere il voto dei cittadini maggiorenni, evitando di chiedere il loro parere prima di decidere sugli aiuti alla Grecia o sull'accoglienza di profughi — anche in considerazione dello spiacevole caso ungherese. È il segno di una profonda sfiducia nei confronti della popolazione, che dopo due barbariche guerre mondiali non è ancora ritenuta sufficientemente matura per farsi carico di scelte democratiche. In materia di politica europea, su molte questioni si prendono decisioni in senso opposto al volere della maggioranza, senza neppure dare troppe spiegazioni: a riprova, basti pensare alla rapida ascesa del partito euroscettico Alternative

für Deutschland (Alternativa per la Germania).

Ma la soluzione a questo dilemma va davvero ricercata nella democrazia diretta? In questi ultimi tempi, si osserva in Europa una tendenza pericolosa: sempre più spesso i governi ricorrono alle consultazioni popolari su temi di politica estera, chiamando i singoli cittadini a esprimersi su decisioni di principio di cui difficilmente possono valutare la portata, e ancor meno le conseguenze. Ad esempio, nel luglio 2015 Alexis Tsipras ha indetto un referendum per chiedere ai greci se fossero disposti ad accettare il pacchetto di riforme negoziato col Fondo Monetario Internazionale. Ma non perché fosse incerto sul da farsi, o avesse timori sulla legittimità della propria decisione, bensì per procurarsi un mandato per contrastare l'imposizione delle riforme e riconquistare così un margine di manovra nei negoziati coi creditori.

Nel febbraio di quest'anno Viktor Orbán ha consultato i cittadini ungheresi sulla disponibilità ad accogliere altri profughi. Com'era prevedibile, la maggioranza ha risposto di no. Strumentalizzare la democrazia diretta per esercitare pressioni sui partner europei, o per fini di puro e semplice populismo, vuol dire snaturarla, deviandola dal suo fine. Che è quello di legittimare le decisioni politiche, non di rafforzare le posizioni negoziali dei capi di governo. Un altro esempio di uso distorto della democrazia diretta si è osservato ultimamente in Olanda. Un movimento euroscettico ha approfittato di una modifica legislativa per porre alla popolazione un quesito sull'accordo associativo con l'Ucraina. Di fatto, però, non era tanto interessato a incidere sul futuro dei rapporti con Kiev, quanto a mandare un avvertimento al governo olandese: «Attenti, lassù! Non potete continuare a calare le decisioni dall'alto per gonfiare l'Ue!». Fatte salve le critiche, spesso giustificate, nei confronti dell'Unione Europea, va detto che il senso di estraneità nei confronti di Bruxelles di un numero crescente di europei non può essere certo addebitato agli ucraini.

La prossima occasione per strumentalizzare un referendum a fini strategici si presenterà il 23 giugno, quando i cittadini britannici dovranno decidere se restare o meno nell'Ue. Se David Cameron ha voluto questo referendum, non è tanto per verificare l'opinione del popolo, quanto per poter esercitare maggiori pressioni e strappare ulteriori concessioni all'Ue. I britannici vogliono pagare meno contributi e limitare le imposizioni dall'esterno; e per timore del Brexit, i rimanenti membri sono disposti a subire il ricatto.

Ma dove conduce questa tendenza dell'Europa a ricorrere sempre più spesso alla democrazia diretta, che pure rappresenterebbe di per sé una grande opportunità? Purtroppo le consultazioni non sono servite, come avviene ad esempio in Svizzera, a rafforzare la legittimità delle decisioni politiche. I referendum di tipo populista non danno maggior potere ai cittadini, ma strumentalizzano il loro voto al solo scopo di consolidare le forze al potere o di contrastare la politica, orientata al metodo del consenso, dell'Unione europea. In tal modo si spreca una grande opportunità, minando ulteriormente la fiducia nell'Europa.

L'autrice è giornalista del quotidiano tedesco " Die Welt"



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