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Napoli. Pietra vesuviana. La Soprintendenza ha ignorato un suo vincolo
Vincenzo Esposito
Corriere del Mezzogiorno 13/4/2016

Alla fine il documento è spuntato dagli archivi della Soprintendenza. E’ del 2014 ed è firmato dall’allora direttore regionale del Mibact Gregorio Angelini. Vincola per conto del ministero dei Beni e delle attività culturali il basolato napoletano di pietra lavica del Vesuvio. Una decisione che si rifà a due decreti legislativi. Citandoli la Soprintendenza «decreta» che «il basolato storico napoletano posto nel comune di Napoli alla seconda municipalità, è dichiarato di interesse storico artistico e rimane quindi sottoposto a tutte le disposizioni di tutela contenute nel decreto legislativo». In questi anni così non è stato.

Napoli Alla fine il documento è spuntato dagli archivi della Soprintendenza. E’ datato 7 agosto del 2014 ed è firmato dall’allora direttore regionale del Mibact Gregorio Angelini. Vincola per conto del ministero dei Beni e delle attività culturali il basolato napoletano di pietra lavica del Vesuvio. Una decisione che si rifà a due decreti legislativi. Il primo del 20 ottobre del 1998, numero 368 e il secondo del 22 gennaio 2004, numero 42. Citandoli la Soprintendenza «decreta» che «il basolato storico napoletano posto nel comune di Napoli alla seconda municipalità, è dichiarato di interesse storico artistico e rimane quindi sottoposto a tutte le disposizioni di tutela contenute nel decreto legislativo». In questi anni così non è stato e basta, come esempio, per rendersene conto la sola ripavimentazione con pietra lavica etnea avvenuta al Borgo degli Orefici che appunto ricade nella zona vincolata. Ma cosa dice il decreto legislativo 22 gennaio del 2004 citato dal ministero? «Il materiale adoperato nel napoletano - è scritto - per i lastricati era la lava vesuviana o pietrarsa che andava a costituire il cosiddetto basolato, ancora diffusissimo e caratterizzante il panorama urbano, anche se dagli anni Cinquanta del Novecento si sta operando la sua progressiva sostituzione». E poi «in realtà la storia di Napoli è quella dei suoi re, delle sue dinastie, ma è anche la storia delle tecniche edilizie e dei materiali d’uso che, con ogni dinastia, vengono adottati per abbellire e ristrutturare la capitale». Nella motivazione del vincolo, sempre nel decreto del 2004, si prosegue: «Per quanto riguarda le pavimentazioni nel XVIII secolo le strade di Napoli continuano ad essere lastricate con i basoli in pietra lavica. Ne dà testimonianza uno scrittore e filosofo tedesco di fine Settecento, Karl Philipp Moritz, nel suo resoconto di viaggio effettuato tra il 1786 e l’88 in cui descrive il basolato napoletano: “In nessun altro luogo si trova un lastricato più bello di quello che si può ammirare a Napoli; proprio la spaventosa colata lavica che minacciò di distruggere la città ora abbellisce la sua pavimentazione e livella le sue strade. Se il bisogno e la povertà opprimono i suoi abitanti, questa pietra eccellente non opprime le loro suole e così essi possono passeggiare puliti e asciutti per le strade come se fossero nelle stanze di casa”. Della stessa opinione è il suo collega e amico Johann Wolfgang von Goethe che durante il suo soggiorno a Napoli scrive: “arrivai in una piazza lastricata di grandi blocchi di pietra che sembravano accuratamente puliti con la scopa”». Bene tutta questa fetta di storia che il ministero riconosce Napoli la sta perdendo un po’ alla volta. A sconvolgersi però sembrano essere solo i comitati dei cittadini. Che continuano a preparare il loro dossier sulla sostituzione della pietra lavica del Vesuvio, ora sappiamo vincolata dalla Soprintendenza, con quella etnea. «La carenza più grave - spiega Antonio Pariante del comitato Portosalvo - sta nella parzialità del vincolo che copre solo una porzione del centro storico, la seconda municipalità, e lascia scoperta la gran parte dell’area Unesco. E comunque riguardo al vincolo vigente possiamo certamente affermare che nella seconda municipalità é stato violato totalmente con il cosiddetto restyling del Borgo Orefici dove tutta la pavimentazione è cambiata».

E sulla vicenda è intervenuta anche una delle più antiche e specializzate ditte che lavora con la pietra siciliana, la Fratelli Lizzio di Catania che in un lunghissimo post su Fb hanno denunciato che altre ditte a Napoli lavorano con materiale proveniente da cave abusive, e che non ha nulla a che fare con i basoli etnei. Inoltre sono state denunciate lavorazioni sbagliate proprio agli Orefici e in via Toledo.



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