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PALERMO-Chiusi per restauro, aperti per vocazione
Francesca Spatafora
www.conmagazine.it, 14/04/2016

In una lettera a Michele Amari datata 14 aprile 1874, Antonino Salinas, l’illustre archeologo che diresse per oltre 40 anni il Museo Nazionale di Palermo, oggi a lui intitolato, così scriveva: “Il museo ha da essere scuola; se ne vogliono fare un carcere di monumenti, allora comprino chiavistelli e chiamino un buon carceriere”.

Poche parole che, tuttavia, racchiudono l’essenza stessa e la finalità di qualsiasi Istituzione museale: non solo tempio della conservazione della memoria dell’uomo, ma soprattutto luogo accogliente di formazione e di educazione.

Una visione ben presente già nel Codice Etico dell’International Council of Museums in cui si precisa che “al museo spetta l’importante compito di sviluppare il proprio ruolo educativo e di richiamare un ampio pubblico proveniente dalla comunità, dal territorio o dal gruppo di riferimento. L’interazione con la comunità e la promozione del suo patrimonio sono parte integrante della funzione educativa del museo”, affidando dunque al Museo il ruolo di “ risorsa per promuovere conoscenze, abilità e comportamenti generatori di fruizione consapevole e cittadinanza attiva”.

Riferendoci in particolare ai musei archeologici, che costituiscono in Italia circa il 15,5% di tutti i musei e che certamente sono quelli che maggiormente si prestano a raccontare storie di uomini e storie collettive di intere comunità, se è vero che la conoscenza del nostro passato contribuisce in maniera determinante a comprendere il presente, a costruire la consapevolezza delle varie identità e a dare solide radici al futuro, se in sostanza “…il passato è di tutti, il problema si sposta sulle forme in cui mettere tutti in condizione di possederlo, cioè di conoscerlo: è dunque un problema politico” (Daniele Manacorda, Il sito archeologico tra ricerca e valorizzazione, Roma 2007).

Quindi è necessario estendere a tutti le conoscenze che si vanno acquisendo mettendo in campo processi relazionali attraverso iniziative di varia natura e attraverso una corretta comunicazione che renda quanta più gente possibile partecipe anche dei processi di tutela e valorizzazione.

Il problema di comunicare diventa allora tema centrale della nostra attività di operatori museali e si affianca con pari dignità alla ricerca scientifica; una corretta e seria divulgazione diventa atteggiamento etico finalizzato alla democratizzazione della cultura concepita come mezzo e possibilità di crescita sociale.

Qualsiasi museo, tuttavia, per esercitare la sua importante funzione sociale nell’ambito di un territorio, deve trovare i modi e i mezzi per interagire con il suo pubblico, un pubblico che, da ricettore passivo o da semplice fruitore, deve trasformarsi in protagonista attivo del “percorso” offerto, di cui deve apprendere e condividere contenuti e finalità.

Al di là dell’accessibilità e della fruibilità, da garantirsi senza restrizioni, deve tendersi quindi alla realizzazione di esperienze significative sotto il profilo della partecipazione, conferendo al bene pubblico quei valori storici di appartenenza in cui le comunità possano riconoscersi e identificarsi.

In poche parole, un museo deve essere un luogo accogliente dove si impara ma dove si trovi pure diletto, un organismo vivo che, oltre a costituire un polo di attrazione turistica, deve attrezzarsi come centro di produzione culturale ed elemento di qualificazione per l’intero territorio.

In questa direzione ho cercato di orientare la mia recente esperienza al Museo Archeologico Salinas di Palermo dove, al momento dell’insediamento avvenuto alla fine del 2013, mi trovai ad affrontare una situazione assai difficile da gestire: lavori edili e di restauro ancora in corso, il personale avvilito e demotivato dalle critiche condizioni logistiche e dalla lunga chiusura, un museo dimenticato dalla città e anche dagli addetti ai lavori e dagli studiosi che per anni non avevano avuto accesso alle collezioni. Davanti al complesso cantiere che interessava buona parte dell’edificio e i cui tempi di conclusione si prospettavano ancora lunghi, ho compreso la necessità di avviare una serie di attività che favorissero il riavvicinamento a quell’utenza ormai lontana dalla sua più antica istituzione, puntando anche ad avvicinare categorie di pubblico solitamente meno propense ad accedere e conoscere musei. Un’operazione non priva di rischi considerando che, comunque, il Museo rimaneva chiuso.

Abbiamo quindi iniziato la nostra attività con un mix strategico di iniziative culturali e didattiche che hanno visto il coinvolgimento dell’intera squadra di colleghi archeologi e tecnici che operano all’interno dell’Istituto ma soprattutto si è avviata una strategia di comunicazione, affidata al social manager Sandro Garrubbo, attraverso l’uso dei social media, basata sui concetti di relazione e partecipazione e rivelatasi ben presto assai significativa ed efficace. Una grande opportunità e un modo nuovo per coinvolgere nuovi soggetti, abbattere barriere, e favorire ulteriormente la diffusione e valorizzazione del nostro patrimonio.

Il primo passo è stato quello di comunicare immediatamente le nostre intenzioni attraverso un semplice slogan “Chiusi per restauro, aperti per vocazione” e di realizzare una serie di iniziative al di fuori dell’Istituto, con l’intento di ricongiungere i materiali, temporaneamente non esposti, ai loro contesti di provenienza. Una scelta di disseminazione temporanea del patrimonio che ha certamente contribuito a rinsaldare i legami con il territorio, così come le mostre organizzate negli ambienti che si aprono intorno al suggestivo spazio dell’Atrio Minore del Museo, gli unici resi disponibili a partire dall’estate del 2014, che hanno svolto un ruolo sostanziale nel riavvicinare la città alla sua più antica Istituzione museale.

La prima esposizione, dedicata ad Antonino Salinas, ha costituito, oltre che un doveroso omaggio al nostro fondatore, una sorta di manifesto della nuova politica culturale messa in campo e sintetizzata dalle parole stesse di Salinas impresse sulle pareti della mostra.

Dopo alcuni mesi, la mostra LIKE. Restauri e scatti. Il volto inedito del Salinas, è servita a rendere partecipi cittadini e visitatori delle attività che si portavano avanti all’interno del museo dando il segno, metaforicamente, della liberazione da quei grigi segni del tempo che avevano alterato la corretta lettura delle opere.

Con la Mostra “Nutrire la città. A tavola nella Palermo antica”, infine, inaugurata a maggio 2015, si è voluto rinsaldare il legame con la città attraverso un percorso che sottolineasse i continui e profondi processi di commistione e integrazione che costituiscono la cifra essenziale della nostra comunità.

Un momento importante ci ha visti impegnati nel cercare di dare alla nostra Istituzione un’identità ben riconoscibile attraverso la creazione di un nuovo logo e di una nuova linea grafica che rispecchiassero il ripensamento del ruolo del museo all’interno della comunità attraverso un’immagine coordinata utile a comunicare e valorizzare il peso, il significato e l’emozione di un grande passato, veicolando nello stesso tempo l’idea di un luogo ospitale, accogliente e proiettato verso il futuro. Ovviamente si è fatto in modo che il tono della comunicazione fosse fresco, diretto, moderno e che allo slogan “aperti per vocazione” si aggiungesse una frase che sintetizzasse quello che ritenevamo fosse il nostro compito principale, quello cioè di raccontare storie, le storie in cui ciascuno potesse identificarsi e riconoscersi scoprendo le proprie origini e la propria identità. E in questo senso il pay-off che accompagna il logo, cioè “le storie di tutti noi” vuole essere la sintesi di questo approccio.

Già nel 2008, del resto, lo studioso americano Gary Carson ricordava come lo storytelling fosse la condizione principale e fondamentale per rendere un museo rilevante per le persone, la condicio sine qua non della sopravvivenza stessa di un museo e – non da ultimo – come lo storytelling fosse «il potente mezzo attraverso il quale passa il moderno apprendimento» (Carson G., The End of History Museums: What’s plan B?, in The Public Historian 30, n.4, 2008). Del resto se un museo vuole ripensare il suo ruolo all’interno del territorio e delle comunità in cui agisce, deve necessariamente ripensare se stesso ed essere pronto a far “parlare” le proprie collezioni attraverso i racconti.

In poco più di due anni, quindi, il Museo ha sviluppato una sua più definita e solida visione culturale fondata sui principi di appartenenza e accessibilità, mettendo in campo anche una serie di iniziative che potessero realmente costituire un aggancio significativo con il mondo contemporaneo e con la realtà esterna.

In questa direzione, oltre ai diversi progetti didattici portati avanti con le scuole fuori e dentro l’istituzione, sono stati organizzati numerosi incontri su temi di varia natura che hanno suscitato un reale interesse tra i cittadini. Solo per ricordare quelli dei primi mesi del 2016, un pomeriggio è stato dedicato al tema della democrazia (L’Arte della democrazia -18 gennaio), declinato sotto diversi punti di vista e letto attraverso il tempo: dal mondo greco e romano per arrivare ai nostri giorni analizzando anche quei principi costituzionali alla base della moderna vita democratica.

E ancora, si è parlato di saccheggi e distruzioni del patrimonio nelle aree del Vicino e Medio Oriente con Paolo Matthiae, intitolando una sala della nuova esposizione a Khaled al-Assad, barbaramente ucciso dall’Isis nell’agosto del 2015 (La minaccia della memoria – 5 febbraio).

Infine, sottolineando il legame con l’antica Pompei, di cui il Museo possiede diverse opere donate nella prima metà dell’ottocento dai sovrani borbonici, abbiamo ascoltato dalla voce di Massimo Osanna, Soprintendente della città vesuviana, il contributo offerto al tema dell’alimentazione dalle testimonianze archeologiche riportate alla luce al di sotto dello spesso strato di lapilli che nel 79 d.C. sigillò per sempre la città campana (Il Salinas e Pompei – 29 febbraio).

Ma, soprattutto, mi piace ricordare due esperienze, realizzate una all’interno e una all’esterno dell’Istituto, che hanno costituito una sorta di banco di prova sulle possibilità di promuovere conoscenze e di creare connessioni con la vita che si svolge al di fuori dei nostri Istituti ancor prima che le sale del nostro museo vengano restituite alla pubblica fruizione.

La prima si inquadra nell’ambito di quelle varie iniziative a carattere nazionale e internazionale lanciate sul web e a cui il Museo solitamente aderisce. Nel 2015 il Salinas ha partecipato, con un esperimento pilota, alle cosiddette “Invasioni Digitali”, un movimento a carattere nazionale nato nel 2013 per spingere a un tipo di comunicazione partecipata attraverso la multimedialità; una occasione irrinunciabile per garantire la trasformazione delle istituzioni culturali in piattaforme aperte di divulgazione, scambio e produzione di valore. L’esperimento ha coinvolto studenti di Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio in un processo di co-creazione di contenuti digitali 3D anche con smartphone. Dopo un ciclo di seminari preparatori, sono stati realizzati modelli 3D di reperti della mostra “LIKE-Restauri e scatti. Il volto inedito del Salinas” utilizzando le tecniche di fotomodellazione tridimensionale con software gratuiti e open source.

La seconda iniziativa si inserisce, invece, in un progetto lanciato nel 2014 dal Dipartimento Beni Culturali della Regione Siciliana, dal titolo “Fatti un giro bellezza” finalizzato a portare storia, arte e bellezza a quanti, per ragioni diverse ma comunque dovute a situazioni difficili e a svantaggi di vario genere, non potevano accedervi direttamente. Il Museo decise di diventarne parte attiva e di contribuire a riempire di contenuti questa splendida idea andando incontro alla gente e svolgendo così pienamente la sua funzione sociale e di stimolo all’apprendimento.

Si scelse quindi di portare questa esperienza all’Istituto Penitenziario Minorile di Palermo, e il fatto che lì convivessero ragazzi siciliani e nord-africani, suggerì il tema su cui organizzare l’ incontro: la vita e la storia di Palermo antica, infatti, ben si prestavano a raccontare una storia fatta di arrivi, di incontri, di mediazioni, di integrazione.

Raccontare a quei ragazzi la comune origine delle città nord-africane e della nostra Palermo sarebbe certamente servito a mostrare loro, oltre che le comuni radici, anche la possibilità concreta di una convivenza pacifica tra genti provenienti da luoghi lontani e diversi.

Scelsi quindi alcuni corredi della necropoli punica di Palermo che comprendevano vasi da mensa e contenitori da trasporto, forme e oggetti che potessero trovare riscontro evidente nel presente e che si prestavano a diversi tipi di considerazioni: le tradizioni e le abitudini connesse alla preparazione e al consumo dei cibi, la lavorazione della ceramica, il trasporto di merci e di risorse alimentari attraverso un mare che unisce e non divide. E in effetti affidando nelle mani di quei ragazzi gli oggetti di oltre duemila anni fa – che mai a nessuno, se non agli addetti ai lavori, era stato consentito di toccare e maneggiare liberamente – siamo riusciti a suscitare una partecipazione attiva e un sincero interesse per le storie che andavamo raccontando, storie che ci accomunavano da secoli e che accorciavano sensibilmente quelle distanze culturali, religiose, razziali che oggi, a volte, alimentano intolleranze e accrescono separazioni.

Quel giorno ho compreso pienamente come facilitare a tutti e in ogni modo il libero accesso a quell’eredità culturale la cui funzione primaria consiste nel costruire una società pacifica e democratica fondata sul rispetto delle diversità, contribuisca in maniera significativa al recupero morale e sociale delle persone e a migliorarne la qualità e la dignità della vita.



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