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Milano, la torre svetta sui pregiudizi
Pierluigi Panza
Corriere della Sera - Milano 17/4/2016

Esattamente nell’aprile di due anni fa, in uno di quei referendum in rete definiti popolari (nei quali non si sa chi voti e a che titolo), la Torre Velasca risultò uno dei dieci edifici più brutti del mondo. Di certo aveva votato gente mai uscita di casa, ma vano fu il richiamo di coloro che difesero questo simbolo di Milano come «fulgido esempio con il quale l’architettura moderna ha saputo guardare al passato costruendo in altezza». Ai media non parve vero di poter dare addosso alle capziosità di critici e storici d’arte per dar fiato al sovrano giudizio del popolo della rete. Poco ci mancò che qualcuno avanzasse l’ipotesi di abbattimento in stile futurista.

Ebbene, due anni dopo la Torre Velasca (di proprietà UnipolSai) è stata una «location» (in italiano si dice «luogo») protagonista indiscussa della settimana del design. Ha attirato ai suoi piedi e alla sua sommità centinaia di giovani italiani e stranieri, nessuno dei quali oggi la inserirebbe tra i dieci più brutti edifici del mondo, semmai tra i dieci emergenti. Sono bastate la proiezione un po’ son et lumière di luci rosse sulla facciata, l’apertura di due spazi pubblici al piano terreno adibiti a mostre, esposizioni e dibattiti, la possibilità di salire sulla terrazza dell’ultimo piano e la visita ad alcuni appartamenti restaurati (con conservazione e recupero delle piastrelline originali, così facciamo intendere a russi e arabi come si fa) per cambiare radicalmente parere. E... oplà; si è scoperto che la vecchia Torre, costruita dallo studio BBPR nel 1957 e dedicata addirittura al governatore spagnolo Jan Fernàndez de Velasco, è modernissima: ampie vetrate affacciate sul Duomo, balconi ben disegnati, spazi mostre al piano terra… Quindi non è un «mostro», può uscire dalla «fotogallery degli orrori» dove l’hanno piazzata frettolosi blog e siti internet. Anzi, non può uscire perché non c’è diritto all’oblio e nemmeno un antidoto alla superficialità; ma possiamo dire che Milano ha riconquistato un suo simbolo della modernità, insieme al Pirellone di Gio Ponti, alla Triennale di Muzio e ad altre realizzazioni della città borghese che fu.

La Torre Velasca, costruita in pieno sviluppo della Milano moderna del Dopoguerra, fu il primo grattacielo che ha saputo guardare all’antico. La sua forma, stretta in un fazzoletto di terra in centro città (non nel deserto di Dubai), richiama quella delle torri medioevali e dell’architettura militare. Con essa si rafforza l’idea di città come territorio della memoria.



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