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Torelli contro Manacorda
di Mario Torelli
Sole 24 Ore domenica 10 aprile 2016




Ho letto con reale interesse la pagina che “Il Sole 24 ore” di domenica scorsa ha dedicato all’archeologia, non solo con la bella scoperta fra i reimpieghi pisani dell’auriga costantinopolitano narrata da Salvatore Settis, ma anche con il lungo e dettagliato articolo di Daniele Manacorda sui progetti suoi e della sua generazione per il futuro dell’archeologia, che hanno in qualche modo rotto il “desecanto” in cui i tristi eventi del nostro Paese mi hanno precipitato in questi ultimi quindici anni.

Sono realmente colpito dalla serena visione dell’organigramma disegnato da Manacorda di un erigendo “Istituto Nazionale dell’Archeologia”, che seguendo il suo impianto egli immagina collaborare industriosamente con l’ICR, con l’ICCD, magari anche con l’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, che pure riscuote scarsa simpatia ai suoi occhi. Leggendo l’ambizioso progetto, mi è tornata alla mente una pagina minore della storia nazionale, giustamente dimenticata, in cui il Gabinetto del Ministro dell’Educazione Nazionale, galvanizzato dall’avanzata del Maresciallo Graziani nell’iniziale 1941 fino a Sidi el Barrani, aveva progettato dettagliatamente la costituzione della Soprintendenza dell’Africa Settentrionale, finalmente unificata dalle nostre armate: peccato che di lì a poco sarebbe cominciata la controffensiva inglese, con la perdita della Cirenaica, seguita dall’umiliante intervento delle truppe tedesche, che segnava il tramonto dei sogni di egemonia nordafricana tanto accarezzati dalla nostra intellighenzia.
Come il progetto dei burocrati ministeriali di tanti decenni fa era costruito sui millantati otto milioni di baionette, il disegno di Manacorda nasce senza tenere conto del disastroso stato in cui i nostri organi di tutela sono stati precipitati dopo un quarto di secolo di “riforme” fatte da tutti i governi che si sono fino ad oggi succeduti da Prodi a Renzi, nessuno escluso: in particolare, di rilievo mi sembra l’ultima riforma, che ci ha festosamente riportato a prima del 1909, sottomettendo Soprintendenze, Musei e altri organismi di tutela all’autorità dei prefetti e attuando la scellerata separazione dei grandi Musei archeologici, competenti sulle vetrine, dalle Soprintendenze archeologiche, competenti sui magazzini, che si è aggiunta all’altrettanto scellerata separazione della tutela dalla valorizzazione. Insomma, mentre si costruisce questo nuovo “Istituto Nazionale dell’Archeologia”, c’è il rischio che dell’archeologia italiana resterà ben poca cosa. E sia ben chiaro che difendo la struttura dell’istituzione e singoli studiosi delle soprintendenze, ma non ciecamente e in blocco tutti quelli che l’hanno popolata e la popolano, troppo spesso poco animati dallo spirito di persone cui è affidato un pubblico servizio.
Ma torniamo al progettato “Istituto Nazionale dell’Archeologia”, un ente che, secondo Manacorda, “potrebbe progettare la procedure scientifiche per lo studio, la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico”. Manacorda è fermo nell’asserire che l’Istituto non dovrebbe avere a che fare con la storia dell’arte, come se la storia dell’arte non fosse impressa in vario grado e in varia forma in quegli stessi manufatti che egli immagina di sua esclusiva pertinenza, “resti materiali – cito – mobili e immobili delle civiltà trascorse”. Secondo Ranuccio Bianchi Bandinelli la grandezza del mondo preindustriale, e in particolare di quello antico e di quello rinascimentale, sta nell’aver creato un tessuto artigianale di livello che senza soluzione di continuità dalle testimonianze più semplici della produzione materiale giungeva fino alle opere dei grandi artisti. Ma forse non è un caso che nel discorso di Manacorda sia del tutto assente la parola “storia”, la cui ricostruzione è la sola finalità socialmente utile che intravedo per l’archeologia e di tutti quelli che di essa si occupano.



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