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PIÙ FONDI ALLA RICERCA PER RILANCIARE IL PAESE
Cesare De Seta
19 aprile 2016 LA REPUBBLICA



IL PRESIDENTE Renzi in febbraio presentò il progetto "Human Technopole" e Elena Cattaneo, senatrice a vita, su queste pagine avanzò critiche severe e fondate che sono la punta di un iceberg. Difatti la condizione generale della formazione e della ricerca in Italia è del tutto impari al ruolo che le spetta tra i paesi avanzati. Causa di ciò la scarsità di fondi che i governi erogano da decenni al sistema integrato università-ricerca. In percentuale del reddito nazionale l'Italia destina lo 0,4% del Pil, il Regno Unito lo 0,51%, la Spagna lo 0,73%, la Germania lo 0,98%, la Francia lo 0,99%. Dati che non meritano commenti. Il numero di studenti nel 2011 è salito a 103 in Francia, 110 nella media dei Paesi europei (e nel Regno Unito), 114 in Spagna, 115 nella media dei Paesi Ocse, 119 in Germania. È sceso a 97 in Italia! Tra il 2007 e il 2013 gli studenti immatricolati in Italia sono calati del 13%, la percentuale è inquietante nel Sud — 21%. Il "buon governo" esigerebbe una netta inversione di tendenza: vano strapparsi le vesti affermando che l'università e la ricerca sono fattori essenziali per lo sviluppo e l'innovazione del paese. Ciò nonostante i giovani che si dedicano agli studi sono un importante segno di mobilità sociale: in Italia oltre il 70% degli studenti universitari appartiene a famiglie in cui nessuno dei genitori è laureato.

La Conferenza Nazionale dei Rettori delle università italiane ha presentato in marzo al ministro Stefania Giannini un articolato e ricco documento — di cui mi avvalgo — che non ha avuto nella stampa e nei media l'attenzione che merita. Sintomo che l'università e la ricerca non sono al centro dell'attenzione del paese. Solo il 19% degli italiani è in possesso della laurea, rispetto al 29% della Germania, il 35% della Francia, il 39% del Regno Unito, e nel nostro paese si registra un calo degli studenti. La crisi finanziaria è reale, ma anche un pretesto, perché essa investe tutta l'economia europea in proporzioni diverse, solo che i paesi citati reagiscono aumentando i finanziamenti al sistema integrato università-ricerca. In termini pro-capite nel 2010 la spesa per studente in Italia è stata di 9.580 dollari, il 30% in meno rispetto alla media dei paesi Ocse, il 40% in meno di Francia, Belgio e Regno Unito, il 50% in meno dei paesi del Nord Europa.

Il calo degli studenti è dovuto a molteplici fattori: mancanza di incentivi allo studio, carenze di servizi, drastica riduzione del numero dei docenti, concause degli effetti disastrosi della riforma dell'università (l. 240/2010). Malgrado l'esiguità dei finanziamenti, l'Italia si colloca ai vertici per quantità assoluta e qualità della produzione scientifica, ed è all'8° posto tra i paesi Ocse. I nostri migliori ricercatori — appena se ne offre l'occasione — fuggono in paesi più ospitali e consapevoli del valore della ricerca. Il documento del CRUI avanza proposte molto concrete e puntuali che ci auguriamo il Governo vorrà accogliere e che qui non posso certo surrogare.

Il prezioso sito Roars "Return on academic research" dell'Università di Udine fornisce dati sulla forbice tra i fondi erogati a discipline per così dire produttive (ingegneria, medicina e giurisprudenza) e altre giudicate — evidentemente — un lusso non necessario per lo sviluppo del paese. La sperequazione tra le discipline penalizza le scienze di base e umanistiche che non accedono a risorse private: nessuno finanzia matematica o filologia. La parte del leone la fa il gruppo disciplinare citato, ritenuto volano di sviluppo per l'economia del paese.

E se finanziassimo le arti — da quelle figurative alla musica, memorabili segni della civiltà italiana nei secoli — non sarebbero esse un acceleratore fondamentale per rilanciare il turismo? Il settore è cresciuto del 50% dal 2001 e ha superato la soglia dei 53 milioni nel 2015, ma i turisti stranieri che giungono in Italia sono quelli meno ambiti del "mordi e fuggi": un puro spreco perché il paese offre città, paesaggi, musei e aree archeologiche di assoluta eccellenza. Il Sud è pesantemente penalizzato visto che vi giungono solo il 12% degli stranieri, malgrado l'eccezionale offerta di cui dispone. Sopperire alla carenza di custodi, storici dell'arte, architetti, archeologi, restauratori, funzionari sarebbe incremento indispensabile per l'incremento dell'occupazione qualificata. Il gap con l'Europa è mortificante e ci dice che in Italia — secondo i dati della Confturismo (studio Ciset) — il danno inferto al Pil dal "turismo mancato" si calcola in 15 anni sui 38 miliardi. Le carenti infrastrutture, i servizi mediocri, la debole promozione sono alcuni dei motivi di questa disfatta, non a caso più grave nel Sud.

Nel 1970 l'Italia era al primo posto al mondo per numeri di turisti, siamo scivolati all'ottavo: una deriva netta, ma essa va letta contestualmente alla crisi del sistema università-ricerca. Cosa che non accade mai e di cui il governo dovrebbe occuparsi con la dovuta energia. Renzi, alla recente conferenza sugli Stati generali del Turismo a Napoli, ha espresso entusiasmo per il buon incremento del 2015 e con umiltà — tratto non usuale al presidente — ha ripetuto che non aveva mai visitato il museo di Capodimonte. Ma all'entusiasmo delle parole dovrà seguire il coraggio dell'impegno economico e culturale adeguato alla partita in gioco. Il turismo è in crescita esponenziale in tutto il mondo, e i paesi concorrenti sono ben attrezzati ad attingere a una miniera d'oro: di questo banchetto nel Bel Paese giungono le briciole, ridotto al ruolo di Cenerentola.




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