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PARIGI – Intervista a Francesco Bandarin, Vice Direttore Generale dell'UNESCO: «auspico che molti Stati si uniscano alla task force 'Unite4Heritage'»
Francesca Morandi
www.onuitalia.com, 21/04/2016

Il numero due dell’Agenzia ONU per la Cultura: a Berlino a giugno per Palmira; come associare "peace-keeping e tutela del patrimonio"
Palmira, città siriana devastata dall’Isis


“Auspico che molti Stati seguano l’esempio della ‘task force’ italiana ‘Unite4Heritage’ per la difesa del Patrimonio culturale mondiale, che oggi subisce crescenti distruzioni, saccheggi e trafugamenti”. A parlare è Francesco Bandarin, vice Direttore Generale dell’UNESCO, l’Agenzia dell’ONU che si occupa di promozione e tutela della Cultura e del Patrimonio artistico mondiale, che a OnuItalia.com spiega anche l’idea di “associare l’azione dell’UNESCO a quella del peace-keeping” e auspica un’ampia ‘task-force’ multi-nazionale che “possa rafforzare la capacità di risposta della comunità internazionale”. Già Direttore del Centro del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO dal 2000 al 2011 e Vice Direttore Generale per la Cultura dal 2011, Bandarin, specialista in pianificazione urbana e architettura, anticipa che “a giugno a Berlino si terrà una conferenza internazionale nella quale si farà il punto su come agire a Palmira, città siriana devastata dall’Isis, alla quale parteciperanno esperti scientifici, enti governativi e no-profit, con i quali ci confronteremo”.


Vice Direttore Generale Bandarin, le immagini dell’arco di trionfo di epoca romana distrutto a Palmira e delle porte di Ninive nella città irachena di Mosul distrutte dagli jihadisti, hanno aumentato nell’opinione pubblica la consapevolezza che è necessario aumentare la protezione del patrimonio comune culturale?

“Già all’epoca della distruzione delle statue dei Buddha di Bamyan da parte dei talebani in Afghanistan nel 2001 e dei saccheggi al Museo nazionale di Baghdad durante la guerra in Iraq nel 2003, lo sdegno fu globale. Da tempo i cittadini sono attenti alla situazione del patrimonio artistico mondiale, che conoscono e apprezzano tramite il turismo, visite a mostre e musei. Oggi il patrimonio d’arte è un’importante componente culturale della nostra vita, per questo se è colpito, ci sentiamo colpiti anche noi. Le recenti aggressioni da parte dei terroristi sono state selvagge e hanno suscitato indignazione unamine, sia nel mondo occidentale, sia in quello mediorientale e africano, dove anche autorità religiose islamiche hanno lamentato l’enorme danno inflitto alla stessa cultura musulmana. Questo sdegno generale ha aumentato l’attenzione del pubblico per il lavoro fatto dall’UNESCO, che cerca di proteggere il patrimonio dell’Umanità in Paesi dove non ci sono gli strumenti e le finanze. Quando si parla di azione della comunità internazionale e dei governi siamo, infatti, noi il referente principale, anche se ci sono molti altri operatori, istituzionali e non, che si occupano della nostra stessa causa”.

Con il terrorismo internazionale in Medio Oriente e Africa si è registrato un peggioramento nei danni causati a opere e siti d’arte?

“Sì. E’ evidente che quelle compiute dai terroristi sono aggressioni dirette al patrimonio storico-artistico, ben diverso da eventi prodotti da cause naturali come i terremoti. Quello che è successo nella città di Palmira è gravissimo: i due principali templi della città antica sono stati polverizzati e sul sito sono tuttora presenti mine che erano state piazzate dai terroristi allo scopo di compiere ulteriori danni. Nei prossimi mesi saranno messe in campo squadre tecniche incaricate di fare una stima dei danni. A Palmira, che è tuttora una zona di guerra, lavoriamo in coordinamento con un ufficio del governo siriano che si occupa della conservazione del patrimonio culturale, la Direzione Generale delle Antichità, ma a breve inizieremo a collaborare anche con altri attori internazionali. Per ricostruire Palmira ci vorranno molti anni…”.

E’ italiano il record di siti nelle liste del Patrimonio mondiale e dall’Italia è venuta la proposta dei ‘Caschi blu’ della Cultura approvata dall’ONU. Come opereranno?

“Vorrei innanzitutto correggere la dicitura ‘Caschi blu’ della Cultura, in quanto non ci si riferisce a una forza militare – denominazione adottata per i soldati delle forze internazionali di pace dell’ONU – ma a una ‘task force’ civile. L’Italia è tra i pochi Paesi al mondo che hanno creato una forza militare specifica, il Comando dei Carabinieri per la tutela del Patrimonio Culturale, composta da alcune centinaia di militari specializzati nel traffico illecito d’arte e nel recupero delle opere rubate o scavate illecitamente. Il Comando si occupa anche di formare i soggetti che operano presso le dogane, oltre che di investigazione sui traffici illeciti. Questo nucleo specializzato dei Carabinieri si affiancherà alla nuova ‘task force’ italiana ‘Unite4Heritage’ per la difesa del patrimonio culturale, che sarà composta anche da esperti civili nel settore archeologico, architettonico, del restauro, ecc. Tra le funzioni della ‘task force’ ci sarà quella di ‘intervento rapido’ sul patrimonio, ad esempio, in caso di terremoti e altri disatri naturali. Altri compiti riguarderanno la prevenzione dei danni al patrimonio culturale, corsi di formazione al personale locale e assistenza nel trasferimento di oggetti d’arte in rifugi di sicurezza. La ‘task force’ farà anche un’azione preventiva e repressiva al traffico illecito di beni culturali. Auspichiamo che altri Paesi interessati alla tutela del patrimonio artistico mondiale come Francia, Spagna, Russia e molti altri … si associno alla “task force” Unite4Heritage. Si rafforerebbe così grandemente la capacità di intervento da parte della comunità internazionale nella tutela del patrimonio mondiale”.

Come è possibile agire preventivamente contro il danneggiamento del patrimonio d’arte di un Paese?

“La nostra idea è quella di associare l’azione dell’UNESCO a quella del peace-keeping, che può avere una funzione legata al patrimonio. Ne abbiamo già parlato con i nostri colleghi del peace-keeping a New York che hanno espresso il loro interesse. Se il Consiglio di Sicurezza ONU nel mandato di una missione di mantenimento della pace include la tutela del patrimonio, noi potremmo fornire loro capacità tecniche, materiali e formazione. Questo è già avvenuto in Mali, quando la missione delle Nazioni Unite MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali), finalizzata a sostenere dal 2013 la stabilizzazione del Paese africano, aveva come mandato anche la protezione del patrimonio. L’UNESCO ha quindi fornito a MINUSMA, composta da soldati di 48 diversi Paesi, una serie di strumenti, tra i quali il “passaporto sulle opere d’arte”, un semplice libretto con immagini e informazioni degli oggetti e dei siti culturali locali affinché essi potesserlo identificarli e tutelarli durante le operazioni. Anche in Congo abbiamo lavorato in modo analogo con la missione delle Nazioni Unite MONUSCO, che ha ricevuto un mandato di protezione del patrimonio, in questo caso, naturale. Possiamo quindi immaginare in futuro che il Consiglio di Sicurezza possa decidere di includere la tutela del patrimonio nelle missioni del peace-keeping”.

A livello mondiale la compravendita illegale di reperti d’arte ammonta un business stimato a oltre 7 miliardi di dollari. L’esportazione clandestina dei reperti archeologici passa soprattutto per il confine tra Siria e Turchia, e i maggiori clienti dell’Isis sarebbero case d’asta e musei. Come l’UNESCO interviene?

“In merito ai numeri del mercato, confermo, ma evidenziando che sono stime fatte da ricercatori e si riferiscono al valore aggregato di tutto il traffico mondiale. Nelle aree governate dall’Isis si parla di un mercato di 100 milioni di euro. E’ un traffico in grande aumento, connesso alla crisi dei Paesi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, e che spesso si muove in maniera parallela a quello della droga e altri traffici illeciti. Purtroppo le forze poste a contrasto di questo mercato illegale non hanno la capacità di reprimerlo a fronte della sua estensione transnazionale e altri fattori complessi. Inoltre l’attuale sistema giuridico internazionale è principalmente focalizzato sul furto delle opere d’arte piuttosto che sul traffico illecito dei reperti d’arte scavati illegalmente. I mercati dove “riemergono” oggetti d’arte siriani trafugati si trovano in Medio Oriente, nel Golfo e in Asia”.

E in Occidente?

“Se ne trovano ben pochi. Fino a pochi di anni fa nelle case d’asta e nei musei “passava” di tutto, poi, anche grazie all’azione dell’Italia le cose sono cambiate molto. Nel 2003 il ministro dell’epoca ai Beni Culturali, Francesco Rutelli, avviò un’azione legale contro due musei americani, il Metropolitan di New York e il Getty di Los Angeles, che avevano esposto opere d’arte che erano state illecitamente scavate e esportate dal territorio italiano. L’Italia vinse le cause e, dopo questo scandalo, la giustizia americana si mobilitò e furono cambiate le leggi. Oggi i musei statunitensi non comprano nulla che non sia certificato. Lo stesso è avvenuto per la Svizzera che oggi ha controlli rigorosi. Si trattò di un successo italiano nella lotta contro il traffico illecito d’arte, che poggia sulla Convenzione UNESCO del 14 novembre 1970, firmata da 131 Paesi, che stimola gli Stati a dotarsi di leggi e strutture per lottare contro il traffico dei beni culturali. Anche oggi con la “task force” Unite4Heritage l’Italia può dare un contributo prezioso all’UNESCO”.



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