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CAMPANIA - Napoli, diffida tra gli eredi di Croce per i lavori a Villa Ruffo
di STELLA CERVASIO
23 APRILE 2016, LA REPUBBLICA




Polemica tra Craveri e gli Herling sullo studio dello scrittore polacco


UNA villa acquistata dalla famiglia di Benedetto Croce anche per sottrarla alla speculazione imperante negli anni ‘50. Elena Croce scrive che sua madre, Adele, lo fece «quasi di nascosto, per salvare quei poveri alberi». Ma il tempo non sempre è galantuomo. Villa Ruffo, in via Crispi, è oggi oggetto di una contesa che divide la famiglia Croce, gli eredi di Elena e quelli di Lidia. Piero Craveri, figlio della fondatrice di Italia Nostra, presidente della Fondazione Croce, ha concesso in affitto l’appartamento che fu di Lidia e Gustaw Herling. Sono state eseguite modifiche «invasive, a persiane chiuse» e senza autorizzazione della soprintendenza, pur essendo la palazzina sottoposta a vincolo.

«È stato un errore - ammette Craveri non chiedere il permesso, che serve anche per cambiare un pavimento. C’è stata una denuncia e ci hanno fermato i lavori interni all’appartamento: una messa a punto di impianti. Abbiamo presentato il progetto e non ci sono problemi». Marta e Benedetto Andrea Herling non sono d’accordo.

Benedetto Herling, che vive a Roma, ha fondato una pagina Facebook che ha per argomento “Storia della battaglia culturale per Villa Ruffo”, ha ripercorso l’intera storia, con molti commenti a favore. «Quella villa - dice il cugino di Benedetto Herling, Piero Craveri - non la teniamo per bellezza, ma per mantenere la Fondazione Croce: dobbiamo stipendiare 6 persone e molti appartamenti erano a pezzi, c’erano lavori onerosi di ristrutturazione. Quando è mancata la mia ultima zia abbiamo deciso di affittare quell’appartamento, i figli Herling volevano che lo studio del padre rimanesse biblioteca: si tratta di 2000 volumi, in fondo non sufficienti per giustificare questa scelta. Ma loro preferivano che restasse come una specie di sacrario. Il consiglio di amministrazione della Fondazione non è stato di questo avviso. Avremmo messo un vincolo sulla proprietà. Non è stata nessuna mancanza di rispetto: Herling è già celebrato da una lapide sulla facciata».

Marta Herling, segretario generale dell’Istituto per gli studi storici, e suo fratello Benedetto, amareggiati, si appellano a un impegno preso dal presidente della Fondazione Croce con la loro madre e sua zia, Lidia. Rispondendo a una sua lettera, Craveri scriveva: «La stanza di Gustavo resterà così com’è». «Quella lettera - sottolinea ora Craveri - non ha nessun significato, ho solo preso tempo per riguardo verso una anziana signora. Herling ha scritto un bellissimo libro, “Un mondo a parte”, ed è un validissimo combattente intellettuale, tanto di cappello, ma c’è un altro problema: sono andato anche dall’attuale ambasciatore polacco, e lui mi ha detto “per carità, la decisione è vostra”. Quindi nessuna violazione. Devo amministrare con cura questo patrimonio. La nostra famiglia non ha mai vissuto divisioni prima. E quello studio non era musealizzabile».

I fratelli Herling sostengono il contrario: «Per la nostra famiglia quella stanza era la raffigurazione concreta di “un mondo a parte”, quello dove nostro padre aveva ritrovato un suo spazio creativo dopo i durissimi anni del gulag e dell’esilio». Il presidente della Fondazione Croce insiste: «Herling è stato salvaguardato: i suoi libri vengono annessi alla biblioteca dell’Istituto a Palazzo Filomarino, dove abbiamo già l’archivio dello scrittore polacco che ha lasciato alla Fondazione carte e libri. Su questa cosa i due fratelli si sono rivoltati infantilmente contro una deliberazione presa dalla Fondazione dal suo consiglio. Non ho mai risposto sulla pagina Facebook ma mi consulterò con un legale. Non è una questione tra parenti questa, lì c’è una Fondazione, è vero che sono presenti molti familiari, ma vedi caso anche i membri della famiglia erano contrari». Marta e Benedetto ricordano: “Quella stanza era un mondo a parte, dove nostro padre tornò a vivere dopo l’orrore della guerra”



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