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VENETO - A Sequals il sindaco "non rientrate nelle case", a Spilimbergo il duomo in pericolo
di Giacomina Pellizzari
21 aprile 2016 IL MESSAGGEROP VENETO



L’appello del primo cittadino da una Fiat 500 decappottabile. L'ospedale di Spilimbergo divenne uno dei punti di riferimento per i feriti, la gente andava a donare il sangue


SEQUALS-SPILIMBERGO. A differenza delle zone più colpite, nello Spilimberghese il numero delle vittime fu inferiore. Un residente a Spilimbergo era andato a trovare i nonni a Valeriano (Pinzano) e lì trovò la morte. A Sequals, invece, a provocare vittime fu il terremoto di settembre: una signora venne sorpresa dal sisma mentre dalla tendopoli andava nell’orto, le cadde addosso il muro della sua casa e per lei non ci fu più nulla da fare.



«Sentita la prima scossa, la sera del 6 maggio - racconta il sindaco di allora, Giacomo Bortuzzo, rimasto per 25 anni a capo della coalizione Dc, Psdi - uscii con la famiglia all’aperto, nel cortile ci sorprese la seconda scossa: non stavamo in piedi». Dai tetti delle case “piovevano” tegole e all’orizzonte solo lampi di luce.

«I fili delle linee elettriche si toccavano e provocavano lampi simili a quelli che accompagnano i temporali. Poi la luce sparì e rimanemmo, come tutta la zona terremotata, al buio». Bortuzzo intuì la gravità della situazione e si diresse immediatamente verso il centro della cittadina. Trovò un amico che aveva la Fiat 500 decappottabile, lo invitò ad abbassare la cappotta e con un megafono recuperato chissà dove iniziarono a girare le frazioni.

«Durante la notte non rientrate nelle case» gridava il sindaco nelle strade di Lestans e Solimbergo.
Molte le case danneggiate. Nelle strade cumuli di macerie. «Sentivamo solo urla, il giorno dopo ci rendemmo conto del disastro».

I militari furono i primi a mobilitarsi: «Alle 4 del mattino, nel campo sportivo di Sequals, avevamo già la prima tendopoli a disposizione. Alle 5 iniziammo a sistemare nelle tende gli anziani che più di altri soffrivano per la distruzione».

Il caos era sotto gli occhi di tutti. Alle 7, il sindaco radunò gli amministratori e convocò la seduta del Consiglio comunale. La riunione si svolse all’aperto, sotto gli alberi, davanti al municipio. «Non eravamo preparati - ammette -, fummo costretti a inventare tutto». Fu sempre Bortuzzo a sollecitare i sopralluoghi dei tecnici della Soprintendenza alle belle arti.

Troppe facciate affrescate anche da pittori ignoti erano danneggiate, in qualche caso erano pure crollate. Diventava urgente valutare come intervenire per salvaguardare un patrimonio culturale che non poteva andare perduto.

A iniziare dagli affreschi custoditi a Villa Savorgnan. La situazione già troppo precaria si complicò con l’arrivo delle piogge che quell’anno resero tutto più difficile. La speranza di rientrare presto nelle case visto che le riparazioni con i fondi stanziati dalla legge 17, erano iniziate anche qui, si affievoliva giorno dopo giorno.

A settembre il terremoto tornò a farsi sentire e l’epilogo fu più drammatico rispetto a quello di maggio. «Quando arrivò la scossa eravamo impegnati in una riunione - ricorda Bortuzzo -, la notizia del decesso di una donna ci lasciò senza parole. Dalla tendopoli, Adelina Durat, andava nell’orto. Passò sotto la sua casa, un muro le crollò addosso». Quella morte colpì tutti a Sequals.

Seguì un momento di ripensamento, 980 persone erano senza un tetto sopra la testa, bisognava installare i prefabbricati e trovare una sistemazione per l’inverno. Alcune famiglie si arresero e andarono a Lignano, altre restarono. «Resto a vedere cosa fate, devo controllarvi» disse un residente all’amministratore che gli suggeriva di accettare l’alloggio nella località balneare.

Il Comune aveva solo un motocarro in dotazione, ma «con quel motocarro - sottolinea Bortuzzo ringraziando tutti gli amministratori che gli rimasero al fianco - siamo andati avanti 10 anni». Furono anni di grande partecipazione. Non a caso la ricostruzione di Sequals venne presa a esempio come metodo nato dal basso, basato sul confronto tra i cittadini e l’ente pubblico.


Spilimbergo. Anche il municipio di Spilimbergo era diventato un vero e proprio centro di coordinamento dell’emergenza. Qui, la mattina dopo la tragedia, si erano radunati i neo assunti impiegati comunali. Tra questi Daniele Bisaro, che all’epoca aveva 20 anni. «Il 7 maggio andammo all’ospedale a verificare se avevano bisogno di donazioni di sangue. Dalla val D’Arzino continuavano ad arrivare i feriti e il timore era che fossero finite le scorte» racconta Bisaro dallo stesso ufficio comunale dove continua a lavorare.

«I medici erano schierati nel piazzale, aspettavano i mezzi militari carichi di feriti e tra questi, purtroppo, c’erano anche i morti». L’ospedale di Spilimbergo era uno dei punti di riferimento della zona terremotata. Qui arrivavano i feriti anche dai nosocomi di San Daniele e Gemona che, nella notte, erano stati sgomberati. Bisaro assieme ad altri giovani del luogo si prodigò per salvare l’archivio parrocchiale.

«Da sopra il granaio, monsignor Lorenzo Tesolin ci passava i faldoni e noi li caricavamo sui mezzi per portarli poi nella Casa della gioventù». Anche Spilimbergo aveva diversi tesori artistici e culturali da tutelare. Nel giro di pochi giorni buona parte dei palazzi del centro storico venne puntellata. Il duomo faceva impressione. «La facciata verso la piazza si era inclinata e rischiava di cadere. Si rese necessario - continua Bisaro - un grosso intervento di palificazione esteso poi in tutto il centro storico». Danni li aveva riportati pure il castello.


«I primi militari arrivarono nel pomeriggio del 7 maggio» continua Bisaro ricordando i turni senza interruzione nel municipio dove la gente andava a chiedere tende e aiuti. A vigilare, è proprio il caso di dirlo, sulla tendopoli era il maresciallo della polizia municipale, Sergio Cazzitti.

Verificava che tutto funzionasse, a iniziare dalla cucina da campo. Calmava gli animi dei terremotati che non si rassegnavano al fatto di aver dovuto abbandonare le case sventrate. «Inizialmente - fa notare Bisaro - la tendopoli era stata allestita nella scuola di mosaico, successivamente venne trasferita nell’ex caserma Bevilacqua per garantire una migliore sistemazione a chi era costretto a trascorrere l’inverno in tenda».

Quella sistemazione evitò l’esodo di massa verso le località balneari. Daniele e il suo collega Claudio Bisaro, quest’ultimo era stato assunto due giorni prima del terremoto, smistavano i generi di prima necessità che arrivavano da ogni luogo. «Per mesi fummo distaccati nei magazzini del Comune a distribuire teli per coprire quel poco che era rimasto nelle abitazioni, abiti e generi alimentari». E passando da una emergenza all’altra, qualche settimana dopo i due Bisaro passarono all’ufficio amministrativo.

Anche qui si trattava di compilare le pratiche per ufficializzare le richieste di chi voleva andare all’estero e aveva diritto ai biglietti aerei e ferroviari concessi gratuitamente da Alitalia e dalle Ferrovie dello Stato. Senza contare i continui trasferimenti degli anziani dalle case di riposo carniche.

«A Spilimbergo c’era una casa di riposto molto grande e la gente continuava a chiedere al direttore: “Hai posto?”. La struttura era arrivata a ospitare 320 utenti. Noi - continua Bisaro - annotavamo gli spostamenti di queste persone. Verificavamo le loro identità e i luoghi di provenienza».

In mezzo a questa confusione, non mancavano gli aspetti meno piacevoli come quello del cosiddetto “turismo del terremoto” animato dai curiosi che raggiungevano i comuni distrutti solo per vedere con i loro occhi la desolazione. «A un certo punto, per evitare la processione dei curiosi, le autorità decisero di chiudere il ponte di Dignano». Le comunicazioni venivano garantite dai radioamatori che avevano allestito la loro postazione in una casa vicino al municipio di Spilimbergo.

«Attraverso i ponti radio riuscivano a comunicare con il mondo. Ma il collegamento tra l’ufficio di pronta accoglienza, i magazzini comunali e la tendopoli - ricorda Bisaro -, era assicurato da un telefono a manovella, con una linea dedicata». In questo contesto operavano pure gli scout di Spilimbergo: «Erano ben organizzati - aggiunge - bastava indicargli dove servivano le tende e loro partivano, andavano ovunque, anche nelle frazioni più distanti».

A Gaio, Baselia, Vacile, Tauriano, Istrago, Barbeano e Gradisca, era un po’ più complicato far girare la macchina dell’emergenza. Oltre agli a scout, a Spilimbergo operavano i volontari giunti «dalla Liguria o dal Piemonte, non ricordo bene. Certo è che arrivò anche un camion pieno di pentole in acciaio».

Spilimbergo godeva di una situazione particolare a seguito dei buoni rapporti che l’allora sindaco, Vincenzo Iberto Capalozza, aveva con la Croce rossa. Una sera il sindaco volò a Ginevra, nella sede internazionale della Cri. Qui sottopose al Comitato il progetto per la realizzazione del centro medico sociale alla Favorita, una località poco distante dal centro, tutt’ora utilizzato per accogliere i pazienti mielolesi e paraplegici.

Grazie alle conoscenze del sindaco, nel post terremoto, a Spilimbergo sorse anche l’istituto tecnico agrario. A finanziare la costruzione del Campus fu il Congresso degli Usa. Nell’estate 1976, un’attenzione particolare venne riservata anche alla ricostruzione delle forme originali dell’organo del ’500. L’intervento finanziato dal Principato del Liechtenstein venne eseguito dall’organaro Francesco Zanin.



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