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Villa Manin, l'apertura della mostra sul sisma del 1976
24 aprile 2016 IL MESSAGGERO VENETO


È interessante osservare anche la ricostruzione del soffitto della chiesa di San Giovanni Battista di Gemona, così come l’aveva pensato Pomponio Amalteo.

Un puzzle dove spaziano le serie delle sibille, dei profeti e dei santi. «Il principale animatore della conservazione dei Beni culturali in Italia, Giovanni Battista Cavalcaselle, fu il primo a interessarsi, a livello nazionale, per salvare questo soffitto» ha spiegato Rossella Fabiani della Soprintendenza ai beni culturali, soffermandosi sulle figure dentro i clipei e sulle decorazioni a racemi, in pieno stile rinascimentale.

«È un complesso notevole, conservato nei depositi a palazzo Elfi, nel museo creato per raccogliere le opere provenienti dai luoghi sacri, distrutti dal terremoto». Il soffitto della chiesa di San Giovanni trasformata in parcheggio, tornerà a Gemona.

L’ha confermato, ieri, il soprintendente alle Belle arti regionale, Corrado Azzollini, ipotizzando due possibili collocazioni. La più probabile è che l’opera venga collocata nella chiesa di Santa Maria di Fossale anche se i tempi, rispetto alla scelta di un edificio comunale, richiede tempi più lunghi perché l’accordo va trovato anche con la Diocesi proprietaria del luogo sacro.

Sotto il soffitto ricreato a Villa Manin emergono anche la Madonna e San Giovanni Battista, le due sculture lignee rimaste per mesi sotto le macerie della stessa chiesa, tant’è che, in un primo momento, i danni sembravano irreversibili.

Oggi possono essere ammirate in tutta la loro bellezza solo grazie al lavoro certosino svolto dai restauratori della Soprintendenza alle Belle arti che, in tempi rapidissimi, hanno restituito il patrimonio culturale ai friulani.

Restauro che, nel 1976, la gente pretese, sollecitando la ricostruzione delle chiese e delle case dov’erano. In quella stagione, la difesa dei beni culturali veniva letta anche come la difesa dell’identità, quell’identità che il popolo friulano tutelò anche sulle macerie raccogliendo le firme per l’università.

La ricostruzione del duomo di Venzone seguendo il concetto dell’anastilosi, con la catalogazione e la ricollocazione di oltre nove mila pietre, va in questa direzione. Recuperare la cittadella medievale già monumento nazionale prima del 1976, fu una battaglia vinta dalla gente.

Seguendo quello spirito la Regione ha deciso di finanziare il restauro delle 12 statue del coronamento del duomo. Gli originali danneggiati da un incendio scoppiato, dopo il terremoto, nel magazzino dove erano state collocate, non possono tornare al loro posto.

Ecco perché la Soprintendenza ha deciso di esporre le copie. L’intervento di restauro è in corso, il suo costo non supera i 160 mila euro.

Spaziando tra le varie memorie, la mostra racconta la tragedia e la forza di reagire dimostrata dai friulani. Un esempio di ricostruzione riuscito ed esportato in tutto il mondo.

«È un’esposizione capace di ripercorrere i momenti dell’emergenza e della solidarietà, dei restauri e della ricostruzione e di mettere in luce, la forza di rinascere del Friuli» ha sottolineato l’assessore regionale alla Cultura, Gianni Torrenti, dopo aver appreso dal console friulano-canadese, Primo De Luca, con quanto impegno i canadesi intervennero nel Friuli terremotato.

«Centinaia di persone hanno lavorato per due anni» ha ricordato De Luca prima di commemorare il capitano dell’esercito canadese, George McBride, morto il 16 maggio in un incidente aereo. L’elicottero partito da Venzone, sul quale volava toccò le linee elettriche e cadde. «Mi auguro - ha concluso De Luca - che questo spirito di collaborazione possa continuare ancora».

A sottolineare l’importanza di raccontare la distruzione del Friuli e il dramma dei friulani alle giovani generazioni hanno pensato anche i presidenti della Fondazione Crup e dell’associazione dei sindaci del terremoto, Lionello D’Agostini e Fabio Di Bernardo.

A fare gli onori di casa è stato invece il sindaco di Codroipo, Fabio Marchetti. Non è mancato l’applauso per il lavoro svolto dalla prima coordinatrice del Centro di catalogazione di Villa Manin, Luciana Marioni Bros




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