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Articolo 9 - Lettera di una "schiava" dei Beni culturali
di Tomaso Montanari
1 mag 2016



Pubblico di seguito una lettera che mi è giunta da uno dei #500schiavi (così si autodefinirono) del Mibact: una lettera che svela lo sfascio che si nasconde dietro la retorica di «Pompei che risorge». Anche i precari del patrimonio saranno in piazza a Roma, sabato 7 alle 11, con Emergenza Cultura.

Buon primo maggio!


Sono una partecipante al “programma di formazione straordinario” 500 giovani per la cultura, definito dalla Circolare 62 Anno 2015 DG-ER “non una forma di lavoro né un tirocinio di formazione [...]”

Voglio raccontare la nostra storia per far conoscere il più possibile questa realtà a tutti, dato che il Ministero pare volerla dimenticare nonostante che, da quasi un anno, i “500 giovani” facciano parte integrante di un sistema composto da Enti e Istituti appena riformati...

Sono un’archeologa, figlia di operai che si sono sacrificati non poco economicamente, nonostante io provassi a contribuire con lavori saltuari, per farmi conseguire una laurea magistrale, ottenuta poi con il massimo, 110 e lode, nel novembre del 2007.

Nell'aprile del 2008, quando ancora ero cultore della materia, iniziai uno stage post universitario all'interno di un ente periferico che, prima dell'attuale riforma, gestiva due musei nazionali; il mio lavoro piacque talmente che, finito lo stage, mi confermarono con contratti di prestazione d'opera fino al 2010. Purtroppo la remunerazione non era ottimale e, nel frattempo, mentre lavoravo anche come segretaria di studio medico, mi giunse una proposta proprio come archeologa sul campo per uno studio privato. La paga era buona e accettai al volo, ma la mia esperienza durò solo fino a luglio 2011 quando, per motivi di salute, dovetti abbandonare.

Per fortuna un posto al museo per me era sempre rimasto e, da settembre 2011, riprese nuovamente la collaborazione esterna con il MIBACT , questa volta in regime di libera professione. E la collaborazione permane tutt'oggi, oltre ai “500 giovani”.

Come mi sono trovata invischiata in questo “programma formativo straordinario”?

Un giorno, se non erro settembre del 2013, una restauratrice e la stessa direzione del museo mi inviarono per mail il link al bando di questa “procedura concorsuale pubblica per la selezione di cinquecento giovani laureati da formare, per la durata di dodici mesi, nelle attività di inventariazione e di digitalizzazione del patrimonio culturale italiano, presso gli istituti e i luoghi della cultura statale” descrivendola come un'opportunità da non farsi sfuggire... Beh, non certo per la retribuzione, che era ridotta a un triste rimborso spese di 5000 euro lordi per l'anno formativo (e le ore di "non tirocinio e non lavoro" sono calate solo dopo vari ricorsi: altrimenti sarebbe stato davvero improponibile...).

Ho deciso di provare, in accordo anche con i miei familiari.

La selezione era per titoli (criterio base la laurea triennale e parecchio punteggio per le attività svolte nella Pubblica Amministrazione, quindi io ne ho maturato un bel po’) e per prova scritta (domande a scelta multipla su storia, informatica, sequenze logiche, tutto il Codice dei Beni Culturali) è terminata con una graduatoria pubblica (resa tale nel febbraio del 2015) che mi ha visto tra i primi posti nella mia regione per l'ambito umanistico.

Furono preventivati, infatti, quattro ambiti: umanistico, gestionale, informatico e tecnico, quindi, tra i miei colleghi in tutta Italia, figurano le professionalità più disparate: dall' ingegnere all'archeologo, dall'informatico allo storico dell'arte, dal laureato in gestione e marketing dei beni culturali all'archivista...

"Il programma formativo straordinario" ha avuto inizio nel maggio 2015 (tengo a precisare che, a questo punto, molti partecipanti avevano ormai raggiunto i 37 anni) con una formazione frontale di due mesi, in teleconferenza dal Collegio Romano, incentrata su sistemi di digitalizzazione e catalogazione su standard ministeriali che i candidati dell' ambito umanistico, già conoscevano o adoperavano (importante condizione per il punteggio, ricordo, erano i lavori e gli stage presso la pubblica amministrazione...).

Il vero delirio, però, è avvenuto il 1 settembre 2015, quando abbiamo preso servizio all'interno degli Istituti e degli Enti ospitanti: il luogo dove svolgere “il programma formativo straordinari” non è stato scelto secondo la formazione di ogni candidato ma secondo la graduatoria e così sono venuti fuori dei “mostri culturali”: architetti in Biblioteche Nazionali, storici dell’arte all'interno di Archivi di Stato, archeologi all’interno di Soprintendenze Belle Arti e Paesaggio (e per gli archeologi non era stata prevista nemmeno una Soprintendenza Archeologica! Oddio: in effetti ora stanno per sparire definitivamente: forse erano stati lungimiranti....), laureati in Gestione e Marketing all'interno di Soprintendenze Archivistiche: un vero sfacelo!

«Il programma di formazione straordinario» pare abbia subito un'evoluzione bipolare, nato in una maniera e sviluppato in un'altra, natura che coincide con il cambiamento governativo: dal Governo Letta e ministro Bray al Governo Renzi e ministro Franceschini, da una situazione organica definita a una Riforma MiBACT ancora in itinere. Man mano che il “non tirocinio e non lavoro” va avanti, emerge la chiara linea di pensiero di nascondere i 500 giovani nell’armadio, come se non fossero mai esistiti.

Non siamo niente: non lavoriamo, non siamo tirocinanti, spesso siamo inseriti in contesti che non sfruttano e non gratificano la nostra formazione, spesso siamo un impiccio per l'ente in cui “non lavoriamo e non facciamo tirocinio”.

E, dettaglio non irrilevante, non siamo pagati da gennaio 2016: quei quattro spiccioli preventivati di fatto non esistono.

Non esistiamo, dunque?

E invece no, i “500 giovani per la cultura” ci sono: altrimenti perché saremmo stati soggetti alla famigerata "Circolare bavaglio" che vieta agli interni, ai collaboratori esterni ed esplicitamente anche a noi “500 giovani” di parlare con gli organi di stampa (coscienza sporca, caro MIBACT!)? Perché, non più tardi di qualche giorno fa, una mia collega a casa malata ha ricevuto la visita fiscale come fosse un dipendente regolare della Pubblica Amministrazione? Perché, oltre a portare avanti i nostri progetti da bando, siamo spesso impiegati in lavori che spetterebbero a personale interno non esistente per mancanza di organico.

Addirittura alcuni di noi non possono accedere sui luoghi di lavoro se non in determinati giorni, ovvero quando il personale è presente in ufficio perché non sempre c’è qualcuno. O addirittura quando è costretto a tornare volontariamente l'impiegato in pensione, per aiutare l'idoneo del "programma formativo straordinario"...

Dopo tutte queste considerazioni non posso che chiedermi come si possa fare finta che non esistano professionisti laureati di più di trenta anni, con famiglie alle spalle, spesso genitori loro stessi, che conoscono molto bene la macchina del Ministero perché da anni lo frequentano come collaboratori esterni. Che servono come il pane negli Enti e negli Istituti perché il personale non c’è, e sempre meno ci sarà per via dei pensionamenti: soprattutto in tutte quelle aree non più previste (per probabile volontà di delegare tutto ad agenzie esterne) e che costituiscono il vero motore del MiBACT!

Ministro Franceschini, non può nasconderci: non siamo solo il frutto di una scelta legislativa di un governo passato, siamo professionisti da impiegare! Come fa a non capire che siamo una risorsa e non “uno scheletro da nascondere”?



Una partecipante al «programma formativo straordinario» 500 giovani per la cultura

http://articolo9.blogautore.repubblica.it/2016/05/01/quale-lavoro-nei-beni-culturali/


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