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Vasto, teschi e ossa riaffiorano sulla spiaggia di Punta Aderci La scoperta di due cittadini mentre passeggiano in riva al mare nell’area dell’oasi. Resti umani emergono dal costone franato, nell’800 lì seppellivano i morti di tifo di Paola Calvano Tags
di Paola Calvano
29 aprile 2016 il centro



La scoperta di due cittadini mentre passeggiano in riva al mare nell’area dell’oasi. Resti umani emergono dal costone franato, nell’800 lì seppellivano i morti di tifo


VASTO. Scheletri a Punta Aderci. Riaffiorano resti umani sulla spiaggia della riserva vastese. Era il 17 marzo 2006 quando parte del suggestivo costone di Punta Aderci, a strapiombo sul mare, crolla in acqua per un fronte di circa 20 metri, staccandosi di netto e cambiando irrimediabilmente l’orografia della zona. Dieci anni dopo lo sperone continua a subire mutamenti al punto che stanno riaffiorando scheletri sepolti da secoli. A confermare il particolare è l’architetto Francesco Paolo D’Adamo.

«Qualche giorno fa mentre con Alfonso Zuccoletti, mio amico d’infanzia, visitavamo questo sito parlando tra un ricordo e l’altro, abbiamo notato ambiti scavati e, sotto un leggero strato di terra, parti che sembrano essere resti umani, scheletri», racconta D’Adamo mostrando il luogo. La zona non è lontana dal costone franato. Un angolo incontaminato vicino ad una delle spiagge più amate da vastesi e turisti. «Zuccoletti si è ricordato poi degli scheletri sepolti a Punta d’Erce 199 anni fa. Io, stranamente, avevo rimosso quel ricordo e lui, per farmi tornare la memoria mi ha fornito alcune foto».

Anche il Centro ha catturato con l’obiettivo, e grazie all’aiuto di Paolo D’Adamo, parte di uno scheletro che sta riaffiorando. La sensazione è che altri scheletri possano essere stati trascinati in mare dal dissesto morfologico o da eventi atmosferici. Ad avvalorare questa ipotesi ci sono sul costone buche e avvallamenti. Gli storici non sono affatto stupiti della presenza dei reperti.

«Ricordo di una epidemia di tifo nel 1817 e del fatto che il professore e storico Luigi Murolo possiede una copia della delibera con la quale, per motivi igienico sanitari, per paura del contagio, si autorizzava a seppellire in quel luogo i cadaveri», dice D’Adamo. «Non è affatto azzardato pensare che magari, stesi a prendere il sole o a guardare il mare, all’improvviso potremmo trovarci accanto un teschio», afferma sorridendo il professionista vastese. Quel che è certo, è che il passato sta tornando a galla. È già accaduto e potrebbe ripetersi. Nell’attuale sito della riserva di Punta d’Erce è stato possibile, nel Neolitico, insediare villaggi, porti e luoghi di sepoltura conseguenti all’epidemia di tifo petecchiale del 1817. Il tifo petecchiale provocò molte morti. Furono tutti seppelliti a Punta Aderci perché all’epoca era un luogo poco frequentato. Quel cimitero potrebbe essere a due passi dal mare. Del resto già dopo la frana di 10 anni fa, dal costone spezzato spuntarono fuori ossa umane. È evidente che per studiosi come D’Adamo andrebbe trovato un modo per valorizzare l’aspetto turistico dell’area senza intaccare quello storico. Anche il recupero e la valorizzazione del cimitero risalente al 1817 potrebbe essere una grande attrattiva per chi viene a visitare Vasto e le sue bellezze naturalistiche.

D’accordo con lui sono molti studiosi vastesi che da anni reclamano anche il recupero dell’area archeologica a ridosso della chiesa di Punta Penna e chiedono nuovi studi per ricercare la città sommersa che è al largo del promontorio della Penna. Considerati i tempi burocratici e la carenza di fondi è improbabile che possano essere avviate iniziative di recupero archeologico. L’auspicio è che se davvero dovesse spuntare fuori qualche teschio, possa essere recuperato e affidato a chi di dovere e non danneggiato.



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