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LIVORNO La beffa, la performance e i capolavori in carrozzeria
04 maggio 2016 IL TIRRENO



Tutto inizia l'estate del 1909. Amedeo Modigliani torna a Livorno da Parigi e scolpisce alcune teste in pietra. Secondo testimonianze contraddittorie, alcuni amici gli consigliano di buttarle nel fosso, tanto sono brutte. Leggenda vuole che Dedo le abbia caricate su un carretto e scagliate nel Fosso Reale, vicino al Mercato Centrale. Accanto alla leggenda si posa una storia diversa e da essa indipendente: quella di Piero Carboni, un ragazzino livornese di sette anni che, nei primi anni '30 del '900, vede nel sottoscala di casa di un suo parente cinque teste in pietra e non se ne dimentica. Divenuto adulto, durante la Seconda Guerra mondiale, tra le macerie della stessa abitazione ritrova quelle teste, ridotte però di numero a tre e di cui una danneggiata. Sceglie di trarle in salvo. Finita la guerra apre una carrozzeria e, nel corso della sua lunga vita professionale, sistema le teste nelle varie officine, visibili a tutti gli avventori. Le teste rimangono lì dagli anni '50 fino a quasi tutti gli anni '90. Nell'estate del 1984, la leggenda torna a galla e così, in coincidenza con una mostra (curata da Vera Durbè) che celebra il centenario della nascita di Modì, il Comune di Livorno trova le risorse per dragare il Fosso Reale in cerca delle teste perdute di Modigliani. Si trovano quaranta milioni di lire, si appronta una benna speciale, si ottengono i permessi e l'operazione parte. L'escavatrice tira su una prima testa, poi un'altra e poi un'altra ancora. I media di tutta il mondo si gettano sulla notizia, mentre a Parigi Jeanne Modigliani (figlia di Amedeo) ha in precedenza ricevuto lettere anonime in cui la si avvertiva che a Livorno stavano per essere ritrovate due false teste. Di chi, non si è mai appurato. Jeanne Modigliani decide di partire per Livorno per capire meglio cosa sta succedendo, ma non fa in tempo: il 27 luglio viene trovata priva di sensi ai piedi delle scale del suo appartamento. Morirà poco dopo in ospedale. Una caduta accidentale e un trauma cranico letale, concludono le autorità francesi. Ma senza neppure aver disposto l'autopsia. Mentre Verà Durbé, che aveva voluto le operazioni di scavo, grida al trionfo, la critica maggiore si espone e attribuisce le tre pietre rinvenute nel fosso a Modigliani. Unica voce contraria è quella del collezionista d'arte Carlo Pepi, il quale sostiene la falsità delle opere. Ma la beffa è alle porte: in un'intervista rilasciata al settimanale Panorama, tre studenti livornesi rivelano di essere gli autori di una delle teste, quella definita "Modì 2". Scoppia il caos. Non è finita: il 13 settembre 1984 esce allo scoperto l'autore delle altre due teste, la 1 e la 3. Si chiama Angelo Froglia, è un giovane portuale dal talento artistico non banale e possiede anche un video della creazione delle teste, che nei suoi progetti doveva essere una performance concettuale e provocatoria. Sbugiardata la critica e i promotori del dragaggio, da quell'anno Modigliani diventa un tabù a Livorno, e non solo. Nel 1991 comincia un'altra storia. Giuseppe Saracino, uno stilista livornese, porta la sua auto alla carrozzeria di Piero Carboni e nota le teste da lui possedute, quelle che al suo parente Roberto Simoncini, detto Solicchio, furono lasciate da un artista che aveva affittato due stanze in via Gherardi Del Testa (a Livorno) ed è quello l'indirizzo dove lavorò Modigliani per tutta l'estate del 1909. Saracino crede alla storia del Carboni e stringe un patto con lui, mentre Carlo Pepi sostiene la genuinità delle sculture. Ma chi può dichiararle ufficialmente autentiche? Saracino e Carboni chiedono il permesso di esportare le opere, il che obbliga la Soprintendenza a fornire un parere. Se sono vere, infatti, non possono lasciare l'Italia. La Soprintendenza stabilisce che sono false e i due, assieme a Pepi, sono denunciati per aver tentato di mettere in circolazione dei falsi. Il processo va avanti per anni. Carboni muore nel 1998, senza vederne la fine. Pepi e Saracino saranno assolti nel 2002. Le perizie della Sovrintendenza sono state approssimative e i tre imputati hanno agito in buona fede. Non ci sono elementi per decidere che siano false, ma non è un tribunale a poter stabilire che sono state scolpite da Modigliani. Le sculture rimangono nel limbo, e ancora oggi sono conservate nel caveau di una banca.



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