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SESTO FIORENTINO (FIRENZE) Muffa e umidità "Salviamo il Museo Ginori dal degrado"
Tomaso Montanari
04 maggio 2016 IL TIRRENO





Le guerre, il terrorismo dell'Is, rapine efferate come quella di Verona: ecco come, oggi, muoiono i musei. Chi potrebbe pensare che — nell'Italia del 2016, alle porte di Firenze, — un museo di straordinaria importanza si stia letteralmente distruggendo, nell'indifferenza generale? È la sorte terribile del Museo Ginori: nello scorso settembre ne raccontammo la chiusura, oggi dobbiamo denunciarne la fine imminente.

Il museo è chiuso da due anni, a causa del fallimento (per cui ora fioccano rinvii a giudizio per bancarotta fraudolenta) della Richard Ginori 1735 spa, che ne era proprietaria. Il fallimento è avvenuto nel 2012, e già nel 2013 la Ginori è stata acquistata dalla Kering, la multinazionale francese fondata da François Pinault (padrone, tra l'altro, di Christie's) che controlla anche Gucci e Pomellato, oltre a molti altri marchi del lusso. Oggi Pinault apre un nuovo grande museo a Parigi, ma contemporaneamente Kering non compra il Museo Ginori. Perché? Perché, non riuscendo ad acquisire i capannoni della Ginori (su cui ha messo gli occhi una cordata di palazzinari fiorentini, che spera in una mega- speculazione edilizia), il gruppo non è sicuro che la produzione Ginori rimarrà legata a quel territorio, mentre il museo — per fortuna — è sottoposto ad un vincolo pertinenziale, che non solo proibisce che sia venduto a pezzi, ma impone che rimanga dov'è.

Entrare oggi nel museo dà i brividi. L'assenza di ogni manutenzione sta provocando un vero disastro: piove sulle bacheche, e sul pavimento si allargano grandi pozze d'acqua. Così si sformano i sostegni lignei delle vetrine, le quali minacciano di cedere da un momento all'altro distruggendo porcellane delicatissime. Le fragili, rarissime cere barocche si coprono di muffe letali (che rendono l'aria irrespirabile, obbligando ad usare la mascherina), mentre l'umidità gonfia le loro anime di gesso spaccandole dall'interno, come un male oscuro e inesorabile. I libri antichi si impregnano d'umidità, e si sformano. È una lenta, ma certissima, morte annunciata, quella che attende il Museo Ginori se non si interviene subito.

E sarebbe una tragedia culturale. Nel Settecento il fondatore della manifattura, Carlo Ginori, seppe infatti mettere insieme un patrimonio senza eguali: egli intercettò un enorme numero di modelli, cere e gessi che venivano dalle botteghe della più eletta linea genetica della scultura italiana, quella di Giambologna, Tacca, Soldani Benzi, Foggini e molti altri. Accanto a questo repertorio di forme e figure, unico in Europa, la collezione accolse tutte quelle che vennero, nei secoli, create apposta per la produzione seriale delle porcellane: fino a comprendere circa 1200 modelli in gesso, 8mila opere in ceramica, terracotta, cera e piombo, oltre alle circa 7mila lastre per la decalcomania e la cromolitografia. Un grande museo di scultura che sfocia in un grande museo di impresa, che accoglie opere nate fino agli Novanta del Novecento (straordinario, tra gli altri, il nucleo di Giò Ponti). Mille sono i fili del Museo Ginori: da quello che permette di narrare la fortuna delle statue antiche più celebri, a quello che salta tra le più sbrigliate follie di un tardobarocco fiorentino ancora in gran parte da scoprire; da quello che mette a confronto le stesse forme in materiali diversi (marmo, bronzo, creta, gesso, cera, porcellana), a quello che accosta forme pure e forme d'uso: piatti, tazze, zuppiere.

E ora, che fare? Aspettare che tutto ciò si distrugga, divorato dall'acqua? O, invece, provare a salvarlo, raccogliendo l'appello dell'encomiabile assocazione degli Amici di Doccia? Perché, allora, non immaginare una fondazione di partecipazione che metta insieme Comune di Sesto, Regione Toscana, Ministero per i Beni Culturali, la Kering, un'associazione dei dipendenti della Ginori, e magari una cordata di antiquari in vena di generosità?

Una fondazione di questo tipo saprebbe rappresentare tutti gli attori di questa storia, e potrebbe sostenere una rinascita che veda le stanze del museo abitate da una giovane comunità di storici dell'arte. È l'occasione per dimostrare che si può fare: la posta in gioco non è (solo) un pugno di opere d'arte, ma è il futuro sociale e culturale di un territorio già provatissimo dalla deindustrializzazione e dall'inquinamento (qui sorgono, in pochi chilometri, la discarica, l'inceneritore, un aeroporto destinato a espandersi ogni oltre misura). Il Museo Ginori si compra con una cifra da appartamento di lusso: quattro milioni e mezzo di euro. Salviamolo: ce lo possiamo, ce lo dobbiamo, permettere.



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