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La grande bellezza è di tutti
TOMASO MONTANARI
05 giugno 2016 LA REPUBBLICA





I PIEDI, GLI OCCHI, IL CUORE DI PAOLO RUMIZ e dei suoi compagni di viaggio: cosa avrebbe potuto chiedere di più la vecchia Via Appia, regina delle strade? Sembrerà strano, ma era da un tempo infinito che nessuno prendeva l'Appia per il suo verso: che è quello di essere una strada. Una strada da percorrere tutta, senza badare ai confini tra le regioni o i comuni, tra lo spazio pubblico e l'aggressione dei privati (abusivi o no), tra il bello e il brutto, tra la storia e la sua negazione, tra il monumentale e il demenziale. Come tutti i pellegrinaggi religiosi, il Cammino di Santiago promette, a chi lo percorre con fede, indulgenze e remissione dei peccati. Agli italiani che la percorreranno con incrollabile fede nella propria umanità l'Appia promette, invece — oltre ai piaceri della carne e dello spirito irresistibilmente cantati da Rumiz — la conversione alla saggezza più alta, e meno diffusa: quella dell'uso sostenibile del nostro territorio, della tutela del paesaggio e del patrimonio culturale, del primato dell'interesse pubblico su quello privato. Oltre sessant'anni fa è stato Antonio Cederna a fare dell'Appia uno specchio del Paese: uno specchio capace di svelare la struggente bellezza dell'Italia lontana dai feticci del turismo globale, ma anche l'abisso di stoltezza con cui abbiamo distrutto quella bellezza. Intervenendo all'assemblea di Confindustria, dieci giorni fa, il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini ha detto che «siamo un Paese che ha investito tantissimo in tutela. Abbiamo fatto bene: abbiamo vinto quella battaglia, abbiamo punte di eccellenza. Ma non abbiamo investito altrettanto in valorizzazione». Ecco, percorrere l'Appia significa sbattere contro l'evidenza del contrario: non abbiamo affatto vinto la battaglia della tutela. E rischia di fare enormi danni una retorica che fondi su questo abbaglio la stagione di una valorizzazione pigliatutto. Questo è il punto: l'idea (fortissima, popolare, vincente) dell'Appia come del nostro Cammino di Santiago non deve ridursi a un brand, a un Grande Progetto, a un format fatto di segnaletica e app per l'iPhone, magari con la partecipazione decisiva delle società che hanno sventrato il Paese con Grandi Opere inutili. E che il concorso appena bandito per altri dieci supermusei preveda che l'Appia venga sottratta alla soprintendenza e sia invece affidata a un superdirettore (che potrebbe essere benissimo un esperto di marketing, come è accaduto per la Reggia di Caserta) cui dovrebbe spettare anche la tutela paesaggistica e archeologica è passo decisivo in quella pessima direzione. Chissà se un giorno potrà tradursi in realtà un altro modo di pensare: chissà se avremo mai una soprintendenza unica per tutta l'Appia, da Roma a Brindisi. Una soprintendenza popolata di diecine di giovani archeologi capaci di scavare, sistemare, tutelare e raccontare ai cittadini la nostra storia straordinaria. Una struttura capace di produrre insieme difesa del territorio, ricerca, conoscenza e piacere diffuso: capace di farci attraversare questa strada unica al mondo non come clienti o consumatori, ma come pellegrini della conoscenza gratuita. Non come numeri da esibire nelle statistiche ministeriali, ma come persone: alla ricerca di quel «pieno sviluppo della persona umana» (articolo 3 della Costituzione) che è il vero scopo di ciò che chiamiamo patrimonio culturale. Un progetto carico di futuro: e che magari sarà realizzato da un ministro per i beni culturali che da bambino avrà percorso tutta l'Appia con gli occhi spalancati, il cuore aperto e il cervello acceso. E con in tasca il libro di Paolo Rumiz.





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