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Fontana di Trevi. La sfilata laboratorio che cambia la pelliccia
Daniela Monti
Corriere della Sera 9/7/2016

Diventa rete e ricamo sugli abiti in organza o mohair

I 90 anni di Fendi e il segreto di un sodalizio infinito

La passerella trasparente è a filo d’acqua, le modelle attraversano la fontana di Trevi, ci sono in mezzo, e senza che ci sia nessun Marcello da chiamare. Per festeggiare i suoi 90 anni, Fendi ha realizzato qualcosa che non era mai stato fatto: ha unito uno dei monumenti (che ha contribuito a restaurare) più celebri e suggestivi di Roma ad uno show di moda, sacro e profano.

Come succede spesso, tutto era cominciato in modo casuale, da una radio accesa che Pietro Beccari, ceo e presidente di Fendi, ascolta mentre è in auto. Il notiziario parla della fontana: un pezzo si è staccato, sono gli stucchi di uno dei capitelli. «Pietro entra in ufficio e mi dice: ma ti rendi conto quanto sarebbe bello poter sfilare lì? E io: certo Pietro, certo, sarebbe bello sfilare anche sulla Luna!», ricorda Silvia Venturini Fendi ora che l’allunaggio è avvenuto davvero, quattro anni (di lavoro) dopo quello scambio di battute.

La collezione è sontuosa e insieme sognante. Una completa reinvenzione della pelliccia, che diventa ricamo sugli abiti lunghi di organza o mohair, diviene mosaico per i cappottini che riproducono immagini da fiaba, principi e principesse, giardini incantanti, castelli ispirati ai disegni dell’artista danese Kay Nielsen. Non sembra più pelliccia, sembra velluto, sembrano intarsi o acquarelli, giochi di luci e di colori, e non c’è più un dentro e un fuori, tutto è double face. Ed è un bel modo, allora, di festeggiare una storia cominciata nel 1926 in un laboratorio di via del Plebiscito: compiendo un nuovo passo avanti nell’interpretazione di un materiale mai come ora così contestato e politicamente scorretto. La pelliccia perde pesantezza, rigore. Il cappotto azzurro di persiano con cui Kendall Jenner apre la sfilata è alleggerito da tremila fori fatti a mano che ne fanno quasi una rete. «Siamo stati i primi a trattare la pelliccia come un tessuto, a dipingerla, rasarla, galvanizzarla», riprende Silvia Venturini Fendi. Sparite le fodere, alle pellicce su base di organza lavorate al limite della maniacalità viene dato il nome di «pellicce estive», curioso controsenso, con il Medio Oriente come ricco mercato d’elezione.

C’è Bernard Arnault, il proprietario di Lvmh, seduto in prima fila accanto alla famiglia Fendi. Della cessione nel 2001 al gruppo francese, Venturini Fendi parla ora come di una «scelta giustissima, ben ponderata: all’epoca, ci fu una corsa al marchio, ma l’azienda era solida e sana e dunque non avevamo fretta di decidere». Così oggi «c’è una famiglia diversa, ma che per me è sempre famiglia».

Karl Lagerfeld, entrato in Fendi nel 1965 e direttore creativo della linea femminile, esce in passerella accanto alla Venturini Fendi, gettando monetine nella fontana. «Il nostro sodalizio dura nel tempo perché Karl è molto esigente — riprende lei —: quando si ha un successo planetario come il suo, si può scegliere davvero il meglio e lui sa che il meglio è qui».

In sfilata gli accessori — fra i punti forti di Fendi — sono ridotti ai minimi termini: sfila solo un modello di borsa, ripresa dagli archivi Anni Settanta, chiusa con una coulisse in cui corre un cordoncino; ai piedi solo stivaletti vittoriani stringati, in maglia elastica ricamata a motivi floreali. La giacca, indossata sotto una piccola cappa, in lince intarsiata raggiunge il milione di euro, i capi più semplici partono da 40 mila. «Ci siamo noi, c’è Valentino: Roma sta tornando a fare da sfondo alla moda che conta, come in passato. Quando inviti qualcuno e dici “vieni a Roma”, tutti corrono. Quando poi c’è di mezzo Lvmh si muove il mondo», chiude Venturini Fendi.

A fine sfilata, ci vuole un po’ perché gli ospiti seduti sui gradini della fontana si decidano ad alzarsi, distogliendo lo sguardo da un tale sfondo.



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