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Napoli. Velardi: le città vanno “vendute” oppure muoiono
Angelo Agrippa
Corriere del Mezzogiorno 10/7/2016

Dolce & Gabbana hanno sposato in pieno gli eccessi di Napoli, una grande operazione anche per la città. E chi si indigna sbaglia, le città vanno “vendute” altrimenti diventano realtà depresse e morte». Lo afferma Claudio Velardi, guru della comunicazione. «Lo stile di D&G peraltro è ridondante come gli eccessi oleografici di Napoli».

NAPOLI. Undici anni fa, al Forum dei comunicatori, Claudio Velardi suggerì di adottare un brand per Napoli sulla scorta di quello creato da Milton Glaser per New York. Solo che Velardi, per compiaciuta provocazione, al termine del suo intervento propose: «Ecco, la sporta del tarallaro potrebbe essere il logo giusto per Napoli».

Oggi vale ancora quella provocazione?

«Napoli è un brand in sé, lo hanno dimostrato i tre giorni di eventi di Dolce & Gabbana; e l’idea di chiudere dentro un simbolo l’articolata ricchezza della città diventa difficile. Lo dico sempre alle mie lezioni: toglietevi dalla testa che possa esistere la comunicazione senza contenuti».

Eppure lei ci provò ad assegnare un simbolo a Napoli.

«Undici anni fa intervenni perché occorreva uno sforzo per rilanciare l’immagine del capoluogo partenopeo sporcata dalla spazzatura. Qualche tempo prima avevo scritto un libro, La città porosa , per spiegare che Napoli non sarebbe mai divenuta come Francoforte. Qui il bello e l’orrido, il degrado e lo splendore convivono stupendamente assieme. E come nella sporta del tarallaro , dalla cesta di Napoli puoi sempre ricavare di tutto. Una realtà interessante per questo: per il giovane studioso alla ricerca di un reperto archeologico così come per un fricchettone che viene qui per vivere degli eccessi. Ora ci metterei anche quegli intellettuali che hanno protestato contro la tre giorni di eventi di Dolce & Gabbana».

Perché biasima le proteste?

«Perché sono le solite polemiche, povere e stupide. Sebbene facciano anch’esse molto colore».

Cosa le è piaciuto di questa tre giorni?

«D&G hanno saputo sfruttare a 360 gradi l’articolata identità napoletana che, tra l’altro, presenta molte assonanze con il loro stile: mai minimalista alla Armani, ma abbastanza ridondante ed eccessivo».

Insomma, Napoli per essere rilanciata non può fare a meno della sua carica oleografica?

«Ma Napoli è la sua oleografia: se qui funzionasse tutto dovremmo rinunciare inevitabilmente a buona parte dei luoghi comuni. E poi le città esistono per essere vendute. Il mondo è fatto di marketing territoriale, altrimenti ci ritroveremmo in realtà depresse e morte. Come spiega bene l’economista Enrico Moretti, solo così possiamo attrarre capitale umano. E non è un caso che Apple abbia scelto di insediare proprio qui un centro di formazione internazionale».

Ma è giusto pure chiedersi: al di là dello sfruttamento e del marketing, cosa rimane alla città?

«Il ritorno ci sarà: arriverà gente che avrà scoperto o riscoperto Napoli per le sfilate di Dolce & Gabbana. Altri saranno attratti dall’eco di queste ultime iniziative. Poi, che noi dovremmo attrezzarci meglio, con strutture ricettive, questo è un altro discorso».

Non è sempre lo stesso discorso?

«Veda, se mi commissionassero un lavoro per Napoli punterei proprio sullo stesso registro scelto da Dolce & Gabbana: grandi eventi di richiamo internazionale. Ho avvertito un clima eccitante, si è stabilito da subito una sintonia straordinaria con la gente. Insomma, sono stati molto bravi. E Napoli la smetta di lamentarsi. O forse no, perché anche le lamentazioni fanno parte di noi napoletani».



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