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Rubati, ritrovati ma mai restituiti. Castelvecchio e il «ratto» di Kiev
Angiola Petronio
Corriere del Veneto 10/7/2016

Verona, da mesi slitta la riconsegna dei quadri trafugati. Ora interviene anche Renzi

VERONA. Da caso poliziesco a caso politico. E in entrambe le circostanze a livello internazionale, con tanto di premier Renzi che da Varsavia si è mobilitato per il ritorno a casa degli «esuli» in questione. Perché quella che è stata definita come la «rapina del secolo», adesso rischia di essere ribattezzata come il «ratto di Kiev». E a essere sballottati tra improvvidi malviventi e presidenti esteri in cerca di gloria, sono sempre quei diciassette quadri che furono rubati al museo di Castelvecchio la sera del 19 novembre, vennero recuperati a maggio sull’isola di Turunciuk vicino alla Transnistria regione dell’Ucraina e dal 13 giugno sono esposti al museo Khanenko di Kiev, senza che ancora vi sia una data certa sul loro ritorno in patria. Un’esposizione voluta dal presidente ucraino Poroshenko, che con quelle tele in parte danneggiate dai maldestri rapinatori si fece immortalare da televisioni e tv subito dopo il ritrovamento. Disse subito che li voleva mettere in bella mostra. Pochi giorni, una quindicina e poi sarebbero dovuti tornare nelle stanze del castello dove invece, ancora oggi, al loro posto ci sono delle riproduzioni con la scritta «Ritrovato». Ieri Renzi ha telefonato al sindaco di Verona Flavio Tosi dicendogli, a quanto riferito, di aver «chiesto a Poroshenko di accelerare il rientro dei quadri e lui mi ha detto che non ci sono problemi».

Quel Poroshenko che la medaglia di Castelvecchio sul petto se l’è messa per un ritrovamento che in realtà alla sua polizia è stato alquanto «ispirato» dagli inquirenti e dagli investigatori italiani che indagavano sulla rapina. Lo stesso presidente che ha incassato una non poco contestata a Verona «cittadinanza onoraria» che Tosi a fine maggio aveva spiegato voler essere «un segno tangibile di riconoscenza da parte della città». Ma a cui, al momento, non ha fatto da contraltare la resa di quei quadri per il ritorno dei quali il primo cittadino ha già organizzato una festa in grande stile, a cui ha già confermato la sua presenza il ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini ed è atteso giustappunto Renzi. Proprio Franceschini, subito dopo il ritrovamento, scrisse un twitter che adesso ha il sapore di una cassandra. «Si chiude la vicenda del furto di Verona». Era l’11 maggio. E a parte il fatto che si trattò di una rapina, di chiuso non c’è proprio un bel niente. Quel «fine giugno, primi di luglio» ipotizzati per il ritorno delle tele anche dallo stesso Tosi che partecipò all’inaugurazione della mostra di Kiev, sono trascorsi. E non solo i quadri sono ancora in Ucraina, ma non c’è una data certa del rientro.

Per quell’esposizione in terra ucraina era stato anche paventato una sorta di «volo di Stato» con tanto di magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti e quant’altro pronti ad approdare nella terra di Poroshenko. Ma a far buon viso a cattivo gioco è toccato solo a Tosi. Tutti gli altri della questione che sembrava essere solo burocratica, ma che adesso rischia di trasformarsi in un braccio di ferro politico, se ne sono sgravati.

E la questione diplomatica il sindaco di Verona ha provato a giocarsela con un altro escamotage . L’ingresso gratuito fino a fine anno in tutti i musei cittadini per i cittadini ucraini. Macché. Al momento il «ratto di Kiev» continua. Intanto a Verona la giustizia ordinaria continua il suo corso sulla rapina.

Il pubblico ministero Gennaro Ottaviano ha chiesto il rinvio a giudizio di sei tra i dodici indagati della banda italo-moldava accusati del colpo. Tra di loro anche la guardia giurata del museo, Francesco Silvestri e il fratello Pasquale Silvestri Ricciardi, ritenuti basista e complice del commando.

I reati contestati sono concorso in rapina a mano armata e sequestro di persona. La collega di Silvestri che i banditi hanno immobilizzato. Se l’iter giudiziario e investigativo prosegue, rimane da capire che canali seguirà quello per far tornare a Verona i diciassette dipinti. Strano caso - ma non unico - di quadri rubati, ritrovati e non ancora tornati nel loro museo.



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