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Roma. Luca Bergamo: «La cultura non è profitto»
Paolo Fallai
Corriere della Sera - Roma 14/7/2016

«La cultura non è uno spettacolo o una mostra, è il diritto fondamentale di godere della vita culturale e scientifica della città». Non alza mai la voce Luca Bergamo, da pochi giorni assessore alla Crescita culturale della giunta di Virginia Raggi. Ma nell’ufficio di piazza Campitelli scandisce concetti affilati. Questo il suoi programma.

«La cultura non è uno spettacolo o una mostra, è il diritto fondamentale di godere della vita culturale e scientifica della città». Non alza mai la voce Luca Bergamo, da pochi giorni assessore alla Crescita culturale della giunta di Virginia Raggi. Ma nell’ufficio di piazza Campitelli scandisce concetti affilati. Non è lì per fare il gestore di autorizzazioni burocratiche o smistare patrocini. Piuttosto parla dell’articolo 27 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e guarda all’estero: «Cultura e Roma sono un sinonimo fuori dei confini nazionali; ora lavoriamo perché lo siano anche in casa nostra». Segretario generale di Culture Action Europe (CAE) dal marzo 2012,a Roma nel 1996 ha creato il Festival «Enzimi», uno dei primi tentativi - con l’allora assessore Fiorella Farinelli - di rivolgersi in modo non paternalistico alle nuove generazioni.

Com’è diventato assessore di Virginia Raggi?

«Mi ha telefonato a Bruxelles, ci siamo incontrati e dopo una lunga conversazione mi ha fatto la proposta».

L’ha votata?

«Al ballottaggio, al primo turno non ero in Italia»

Sa che qualcuno del Pd la accusa di tradimento?

«Non lo so e francamente non mi riguarda. Non sono mai stato uomo di partito. Mi sono sempre stati offerti incarichi, come “Enzimi” attinenti alle mie competenze».

Cosa serve subito alla cultura romana?

«Prima di tutto che la vita culturale torni a beneficio dei cittadini che la vivono in gran parte fuori dal centro storico: non solo come pubblico, ma partecipando in prima persona. Poi tanta aria fresca. Le sue istituzioni culturali faranno meglio il loro lavoro sentendosi ciascuna nella propria specificità parte di una strategia generale».

L’Estate romana è in agonia.

«La prima cosa che ho fatto è stato accelerare il possibile. Ho ottenuto dalle Soprintendenze l’anticipo dei pareri necessari, domani usciranno le graduatorie (oggi per chi legge, ndr )vedremo in che modo sarà possibile rendere utilizzabili fondi residui. Abbiamo dato le autorizzazioni di pubblico spettacolo a tutte le manifestazioni che ne avevano titolo».

E per il futuro?

«Così com’è l’Estate romana tradisce la sua intenzione originale. Roma era impaurita, quella manifestazione nacque per riprendersi una città ferita. Negli ultimi anni è diventata uno strumento per operazioni più o meno commerciali. Non c’è niente di male in questo, ma la dimensione culturale è del tutto insufficiente».

Quindi l’anno prossimo?

«Allestiremo un progetto, che discuteremo con la città. Nel 2017 saranno 40 anni dalla prima Estate romana, è una buona data per ripensarla e non solo nel centro storico».

Cosa pensa del sistema dei musei a Roma?

«Che non è un sistema, è un insieme. Alcuni hanno una vocazione specifica, altri molto meno. Se penso alla storia antica, all’archeologia e alla nostra attuale capacità tecnica di gestire quel patrimonio, vedo che la Sovrintendenza capitolina ha subito un impoverimento che deve essere invertito. Sulla tutela del patrimonio archeologico ho già parlato con i colleghi di giunta per esplorare altre fonti di finanziamento in Europa. L’attenzione mondiale verso l’elezione di Virginia Raggi ci aiuterà. La città non si può gestire solo con le contrazioni di spesa. Ma dobbiamo spendere meglio e cercare nuove risorse».

E il complesso Scuderie del Quirinale e Palazzo delle Esposizioni?

«Mi sembra che troppe idee producano un difetto di idea, serve una riflessione. Penso al PalaExpò come il luogo delle tecnologie e delle sperimentazioni, legato alla didattica, che unisca il suo disegno con le Biblioteche di Roma, punto d’accesso fondamentale alla vita democratica della città. Proprio le biblioteche sono state lasciate in disparte, se le aiutiamo possono essere fondamentali nella loro funzione di crescita per i cittadini. Non sono solo libri. Le Scuderie del Quirinale, capendo chi le gestirà, sono uno spazio più adatto alle grandi esposizioni di eccellenza, cercando di aumentare la qualità tecnica».

L’arte contemporanea?

«Il destino del Macro va letto insieme a quello del Maxxi, pur nella rispettiva autonomia. Hanno spazi e strumenti per collocarsi tra le istituzioni mondiali. Nessuno di loro è la Tate Gallery, ma possono avere un ruolo di rilievo. Più si parlano meglio è per tutta la città».

Esistono poi le grandi istituzioni culturali, Teatro dell’Opera, Teatro di Roma, Auditorium e Santa Cecilia.

«Le sofferenze di queste istituzioni sono già arrivate sul mio tavolo. L’impegno del Comune nei loro confronti è importante, parliamo di 25 milioni l’anno. Sono risorse rilevanti, mi aspetto risposte all’altezza».

Esiste un problema di legalità nella cultura romana, dalle occupazioni agli «sfratti» burocraticamente emessi nei confronti di istituzioni importanti.

«Bisogna guadagnare tempo. C’è un merito tecnico, che esiste. Ma vorrei poter allestire risposte di sistema che credo debbano coinvolgere l’intero consiglio comunale».

Ma il Valle va riaperto.

«Quello è un impegno prioritario. Ma il problema è più ampio. Esiste nelle attività culturali un indiscusso valore economico che non è misurabile in termini commerciali, ma ha un impatto forte sulla coesione e sul capitale sociale. Dobbiamo trovare una disciplina diversa. Ha visto i dati dell’Eurobarometro? Roma è in fondo a tutte le classifiche sulla fiducia. La partecipazione alla vita culturale è uno strumento fondamentale, è la sfida decisiva».

Un esempio concreto?

«Le librerie, che stanno chiudendo una dietro l’altra. Dobbiamo trovare forme di alleggerimento, riconoscendo la loro rilevanza culturale. Una volta trovate le compatibilità di bilancio potremmo immaginare forme di “baratto amministrativo” che facciano bene alla città e ai loro bilanci».

Cioè non tratterà le librerie come se fossero pizzerie a taglio?

«Se preferisce».

Nelle tante emergenze che Virginia Raggi deve affrontare, la cultura dov’è?

«Molto in alto, perché è un’emergenza di sistema e incide sulla coesione sociale della città».

Il suo primo intervento?

«Restituire ai cittadini e alle scuole il Planetario. Non un intervento su scienza e cultura, perché la scienza “è” cultura e vorrei che tutta la comunità scientifica romana ci aiutasse. Ne abbiamo bisogno».

Dalla finestra dell’ufficio di Virginia Raggi si vedono i Fori. Quello di Luca Bergamo si affaccia sul Teatro Marcello. L’unico «arredo» che ha portato il nuovo assessore è un grande cavallo degli scacchi nero, che tiene sulla scrivania. Chissà che non sia una citazione alle qualità di movimento sulla scacchiera.

Insomma il primo intervento è per la scienza?

«Beh, siamo stati a testa bassa così tanto tempo che è venuto il momento di alzare lo sguardo al cielo».



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