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Brescia. Palazzo Tosio, la casa museo pensa al futuro
Giovanna Volta
Corriere della Sera - Brescia 13/7/2016

Erano anime gemelle, Paolo Tosio e Paolina Bergonzi. Condividevano l’amore per la vita in campagna e la curiosità per un mondo culturale in grande fermento. Appassionati di poesia classica e colti collezionisti d’arte contemporanea, nella loro casa di contrada di Santa Maria di Pace (poi via Tosio), Paolo e Paolina raccoglievano intorno a sé un cenacolo di amici che rappresentavano l’élite culturale e politica della città, da Lodovico Gruner e Cesare Arici ai fratelli Ugoni, da Nicolò Bettoni a Giovita Scalvini, da Luigi Basiletti a Rodolfo Vantini. A questi ultimi, prima a uno (dal 1810) poi all’altro (dal 1824), il conte Tosio si era affidato per dare decoro unitario ai tre edifici che componevano la dimora, con l’intento di crearne un ambiente di gusto classico, adatto ad accogliere la sua collezione di opere d’arte. Un’armonia di ritmi e proporzioni ritratta fin nei particolari nell’album anonimo di proprietà degli eredi Tosio affidato in deposito all’Ateneo, di cui ha dato notizia Massimo Tedeschi sulle pagine del Corriere pochi giorni fa. Una istantanea della casa museo, fatta compilare forse proprio da Paolina dopo la morte del conte (avvenuta nel 1842) perché restasse inalterato il rapporto tra le opere e gli ambienti che le ospitavano, in una coerente visione collezionistica che il marito aveva perseguito in trent’anni di lavori architettonici e sortite nel mercato internazionale dell’arte. Nel 1846 moriva anche Paolina, che lasciò al Comune pure il palazzo, perché la collezione del marito rimanesse nella sua sede naturale. La civica galleria Tosio venne aperta nel 1851 e tale rimase fino al 1906 quando la collezione venne trasferita (non senza l’opposizione degli eredi Tosio) nella pinacoteca di piazza Moretto. Due anni dopo il Comune vi trasferiva – dalla sede di piazza Moretto – l’Ateneo, che ancora vi abita e che in primavera ha aperto al pubblico per le giornate del Fai le stanze al piano nobile disegnate da Vantini, chiuse da anni per problemi di inagibilità (l’accademia si sta occupando di rinnovare gli impianti, ma i tetti, di proprietà del comune, attendono ancora di essere messi in sicurezza). In occasione di quella apertura, cinquemila bresciani si sono messi in coda per visitare un luogo eccezionale dimostrando che la curiosità per questo tassello della cultura cittadina non manca. Un tassello che varrebbe la pena coinvolgere nel ragionamento complessivo sulle sedi museali artistiche della città. Se la nuova Pinacoteca, che riaprirà a fine 2017, sarà allestita come casa museo, perché non aprire al pubblico anche l’originale casa museo?

Una collaborazione virtuosa tra l’amministrazione, l’Ateneo e Brescia Musei potrebbe dare vita a uno spazio dedicato alla storia del collezionismo, sogno già vagheggiato da Gaetano Panazza, che auspicava la riapertura di alcune sale del palazzo proprio come casa museo. L’album consegnato all’Ateneo, una rarità per le collezioni borghesi, potrebbe in pura teoria permettere la ricostruzione esatta della dimora come la volle il conte Paolo. Ardito, anche per i pretoriani della filologia, il sogno di riportare i Lotto e i Raffaello in via Tosio, ma sarebbe bello se la collezione potesse «tornare a casa», là dove la vincolava il lascito. Se non si può tutta, almeno una parte: le stampe per esempio (una selezione è esposta da poche settimane a Santa Giulia) potrebbero riprendere il loro posto nella galleria delle incisioni. E magari fare da traino a un futuro Gabinetto civico dei disegni e delle stampe, che ancora manca alla città.



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