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Venezia. Dal moto ondoso ai finanziamenti, le prescrizioni e i divieti. «È debole il sistema»
G.B. Mo.Zic.
Corriere del Veneto 15/7/2016

VENEZIA. L’Italia ha sette mesi tempo per dimostrare che tiene alla salvaguardia di Venezia creando una strategia di turismo sostenibile, adottando nel medio periodo un piano per regolare la velocità, il numero e il tipo di imbarcazioni che hanno accesso alla laguna e stabilendo nel lungo termine il divieto di ingresso delle grandi navi in laguna. E qui vale la pena di fare una pausa prima di passare alla quarta prescrizione: divieto di ingresso in laguna, non di passaggio dei transatlantici da crociera davanti a San Marco. Quarta condizione: la sospensione di tutti i nuovi progetti per analizzarne l’impatto generale in base a un piano generale e coerente di tutela, tenendo conto delle singole «valutazioni ambientali strategiche» e pure del parere del «World Heritage Centre». Così ieri ha deciso il Comitato Unesco per i siti patrimonio dell’umanità, che in sessione plenaria annuale a Istanbul ha approvato all’unanimità le raccomandazioni della commissione a suo tempo inviata ad esaminare le condizioni di «Venezia e la sua laguna». Se entro febbraio 2017 lo Stato non avrà risolto le questioni che stanno mandando i pochi residenti superstiti (83mila tra città e isole) in crisi di nervi, di economia, di sostenibilità e di identità, la città entrerà nel novero dei siti Unesco in pericolo, come Gerusalemme, Aleppo, Damasco e altri 52 luoghi unici del mondo che hanno la sfortuna di trovarsi in una situazione geopolitica di guerra o in balìa di governi corrotti, fanatici, menefreghisti.

Sulle grandi navi, il traffico acqueo, il moto ondoso e la tutela della laguna gli avvertimenti Unesco si susseguono da almeno da 15 anni. Intanto Venezia è andata avanti con i suoi progetti, che ora l’Unesco chiede di mettere sotto la lente: Mose; trasformazioni alberghiere e cambiamento dei connotati residenziali del patrimonio abitativo; ampliamento dell’aeroporto; scavo di nuovi canali per la navigazione; terminal crocieristico e commerciale. Tutti insieme possono «causare danni irreversibili al valore straordinario universale del sito», avverte la commissione. L’Unesco indica la via d’uscita: «Modifiche della legge speciale di Venezia e dello statuto della città metropolitana» nel senso della salvaguardia. I toni sono da bocciatura ma il senso è quello di un ultimo appello. Lo spiega bene Francesco Bandarin, consigliere speciale del direttore dell’Unesco, che ieri a Istanbul si è presentato come «un veneziano e per questo non avrebbe dovuto parlare». Laurea allo Iuav in architettura, a Berkeley in Urbanistica, negli anni ‘90 aveva collaborato col Consorzio Venezia Nuova quando a dirigerlo c’era Luigi Zanda, oggi senatore Pd. Venezia la conosce bene e ieri ha voluto sottolineare i pericoli che corre: «Ero giovane, ricordo bene l’alluvione di 50 anni fa. Abbiamo affrontato un pericolo reale ma dopo i veneziani e gli italiani agirono e Venezia divenne il simbolo di tutte le campagne di salvaguardia».

Oggi tutto è stato fatto va pesato su ciò che nel frattempo Venezia è diventata. «Studi, restauri, tra poco sarà pronto il Mose ma ci sono nuovi pericoli — ha detto Bandarin — e Venezia rischia di essere preda di interessi del Porto e del turismo di massa. I poteri locali non sono in grado di affrontare i problemi, la città potrebbe essere condannata a diventare un villaggio turistico. È tempo che la comunità internazionale intervenga di nuovo, come 50 anni fa». Bandarin sottolinea che la debolezza è il «sistema Venezia», con la sua parcellizzazione dei poteri che complica, più che risolvere: porto, aeroporto, comune, Stato e ministeri. «Non siamo contro il turismo ma va governato. La nostra segnalazione dice che non si può più tirare la corda. Qualcuno perderà, è ovvio. Ma bisogna avere una visione più ampia degli interessi particolari . Sono troppi anni che non si fanno scelte». L’Unesco non vorrebbe inserire Venezia tra i siti a rischio, è il simbolo dell’organizzazione e la scelta sarebbe sofferta. «Ma quando racconto all’estero della crisi di Venezia tutti sono sconvolti: non si capacitano come una città con così tanti visitatori e beni sia in povertà. È tempo di agire ».



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