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Napoli. Museo Archeologico. Una stanza dedicata al Gigante di Palazzo
Natascia Festa
Corriere del Mezzogiorno 16/7/2016

Una notizia «divina». Il Giove Cumano del Museo archeologico di Napoli, finora lasciato in un cortile, avrà finalmente una collocazione degna del suo rango come proposto dal Corriere del Mezzogiorno.

Dopo l’appello di Carlo Knight sul «Corriere del Mezzogiorno» il direttore Paolo Giulierini ha trovato fondi e spazi per il Gigante di Palazzo

Una notizia «divina». Il Giove Cumano del Museo Archeologico di Napoli, finora dimenticato in un cortile, avrà finalmente una collocazione degna del suo rango come proposto dal Corriere del Mezzogiorno . La storia è questa. Erano più di trent’anni che Carlo Knight tentava di riaccendere i riflettori sul cosiddetto Gigante di Palazzo, non solo preziosa copia romana d’un originale greco del quarto secolo a.C. ma statua simbolo del genius loci napoletano che, dopo il suo ritrovamento a metà del Seicento, divenne una sorta di Pasquino romano.

«Analogamente a quanto accadeva a Roma col Pasquino — scriveva il 2 giugno scorso Carlo Knight su queste pagine — ne fecero il simbolo della libertà di satira. Durante quasi due secoli, in barba ai più severi divieti delle autorità, il popolo partenopeo si divertì ad affiggere sul basamento scritti e versi satirici, prendendo in giro i personaggi intoccabili. Non è esagerato dire che il Gigante di Palazzo era quasi considerato come un essere umano. Agli inizi del 1799, quando fu proclamata la repubblica, i rivoltosi gli calcarono in testa il berretto frigio, gli misero a tracolla una banda tricolore, e gli posero in mano l’asta d’un vessillo rivoluzionario». Ebbene siffatto antenato scultoreo, fino a un certo punto registrato, per così dire, nello stato di famiglia di tutti i napoletani, è (ancora per poco) sistemato nei pressi dell’uscita del museo senza nemmeno un cartellino. Da qui la necessità di aprire un «caso» che Knight ha fatto con una godibilissima personificazione della statua. «Faccio un appello — ha scritto — a nome d’una statua del nostro Museo Archeologico la quale non è in grado di scrivere essendo priva di braccia. Sto parlando dell’acròlito del Giove Cumano che ricorda, nei lunghi boccoli della capigliatura e la barba riccioluta, le raffinate tecniche della grande scultura ellenistica. Il termine acròlito indica che è fatta parzialmente di marmo. Le braccia e altre parti del corpo che erano di legno sono sparite. Polverizzate da una sepoltura durata circa duemila anni. Famosi acròliti dell’antichità erano l’Athena del Partenone e lo Zeus di Olimpia. Con uno sforzo di fantasia possiamo immaginare l’acròlito di Giove nel Capitolium di Cuma quand’era integro e stava maestosamente assiso sul trono, avvolto in un candido manto bordato di porpora, mentre impugnava lo scettro e levava il braccio verso l’alto».

Il direttore dell’Archeologico, Paolo Giulierini, non se l’è fatto dire due volte e ieri ha inviato una risposta tutt’altro che generica. «Nei prossimi mesi si darà avvio alla procedura di gara per l’allestimento dell’ala occidentale del piano terra riservato agli Edifici pubblici della Campania, nella quale una sala sarà dedicata a Cuma e al suo Capitolium. Sarà così ricomposto il gruppo delle tre grandi sculture, con Giove tra Giunone e Minerva, mettendo in atto quelle idee che solo l’indisponibilità di finanziamenti ha fino a ora impedito di trasformare in esposizione». E conclude: «Gli anni trascorsi hanno consentito di mettere a punto il progetto di tale nuova sistemazione che, nel giro di qualche anno, restituirà al pubblico, tra gli altri, straordinari complessi come l’Augusteum di Ercolano, il Foro di Pompei o l’Anfiteatro campano». «È bello vedere che gli appelli non restano sempre inascoltati», commenta Carlo Knigh. E certamente è quel che pensa anche il Gigante (per continuare la personificazione inaugurata dallo storico) che ebbe dal suo rinvenimento un destino strano. L’inesistente parte inferiore, infatti, fu nascosta dai ridicoli panneggi d’una gonna dei quali, dal 1668, faceva bella mostra dalla cima della salita che dalla Darsena portava al Largo di Palazzo (piazza Plebiscito). Per lui si prevedono tempi migliori.



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