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Venezia. «Città sempre più consumata ma che deve nutrire il mondo»
Francesco Bottazzo
Corriere del Veneto 17/7/2016

VENEZIA. Dice che lavorare a Venezia è un modo di vivere. Ci ha studiato da giovane, frequentando l’istituto universitario di architettura di giorno e la biblioteca della Querini Stampalia di sera «sui larghi tavoli di lettura in legno nei lunghi silenzi interrotti unicamente dai passi degli inservienti racchiusi entro i loro grembiuli neri». Lo definisce uno spazio amico, ieri come oggi, dopo aver curato dagli anni Novanta il progetto di ristrutturazione e ampliamento della sede della Fondazione, in un continuo aggiornamento che segue i tempi e i ritmi della vita veneziana (qualche mese fa è stato dato alle stampe il libro «Mario Botta Querini Stampalia», Giavedoni editore, a curia di Mario Gemin che ne ripercorre l’intervento di recupero). Si sente «un architetto condotto chiamato ogni volta che c’è qualche malessere per tutelare e curare gli spazi che via via si allargano (con le nuove acquisizioni che hanno portato a realizzare il museo, la biblioteca, la pinacoteca, il bookshop...)».

Mario Botta lo ha raccontato anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella sua breve visita alla Querini Stampalia di aprile, accompagnato dal presidente della Fondazione Marino Cortese. Uno spazio che porta con sé oltre alle proprie funzioni, una memoria e una storia che ci appartiene, racconta l’architetto seduto nell’auditorium che ha realizzato, in un continuo dialogo con l’intervento di Carlo Scarpa. Ed è proprio questo, quello che considera il valore aggiunto, che può offrire la città europea ai suoi utenti: non solo uno spazio di consumo, ma un luogo in cui ognuno ritrova un po’ sé stesso attraverso la storia dell’umanità che ha creato il bene. Ecco perché Mario Botta non può che fotografare Venezia «come una città sempre più consumata dal turismo usa e getta». «Non deve diventare una Disneyland, Venezia è una realtà di cui il mondo ha bisogno - spiega - Lenta e adeguata a mostrare i valori del vivere, del ciclo solare, delle ventiquattro ore, dell’essere tra acqua e cielo, una realtà dove i valori primigeni sono essenziali. Arrestare il gigantismo come quello di Shanghai e New York, fermandosi a cercare di capire la condizione dell’essere oggi sulla terra».

Quello che ha cercato di fare Carlo Scarpa e quello che avevano provato Le Corbusier, Louis Kahn e Frank Lloyd Wright con il nuovo ospedale il primo, il palazzo dei congressi alla Biennale il secondo, e casa Masieri in Canal Grande il terzo, tutti fermati in partenza. «Avevano una visione della città che in parte è stata tradita dal mercato che la sfrutta nelle sue pieghe turistiche e di consumo e non di produzione. I loro progetti volevano portare valori». Una perdita che Botta considera reciproca: da una parte Venezia ha mancato di avere testimonianze che avrebbero potuto legittimare la cultura del contemporaneo e del moderno nel confronto con l’antico, dall’altra il mondo dell’architettura ha perso l’occasione di mostrare come la cultura e la storia del proprio tempo potessero anche dialogare con le pre-esistenze. E i progetti che hanno superato le resistenze? Botta si lascia andare a una risata: «Cominciamo col dire che mi sembra niente male la Querini Stampalia...». Poi prosegue: «Mi piace l’intervento di Tadao Ando (a Punta della Dogana, ndr ), il più radicale e per questo il più rispettoso della storia di Venezia - dice - Il ponte di Calatrava mi pare in sintonia con le esigenze della città, arrivando l’ho visto pieno di gente, non lo avevo interpretato così qualche anno fa. Se poi mi chiedete di piazzale Roma e della porta della città, allora il discorso si fa più complesso. Quello è uno spazio di interscambio di tre velocità: ferro, gomma, pedoni, meriterebbe qualcosa di più che una soluzione con le strisce pedonale». E sulle grandi navi che passano davanti a San Marco: «Per fortuna ci sono le crociere, per sfortuna passano accanto alle fondamenta. C’è un equilibrio ambientale fragile che va mantenuto, ci vuole buon senso e una attenta gestione».

Ma il punto di partenza è la visione di città «che dovrebbe essere il centro del mondo». Lo sottolinea raccontando un aneddoto che lo ha visto protagonista in un incontro con Bob Venturi, l’architetto americano degli anni ‘70. «Quando gli chiesi cosa stesse facendo, mi rispose che stava aspettando agosto per andare a Venezia. Questo americano colto aveva bisogno di venire a Venezia, dobbiamo fare che questa città diventi il punto di riferimento di migliaia e migliaia di persone che hanno bisogno di “nutrirsi”».



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