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"Milano? Città generica Per risanare le periferie non servono edifici belli ma luoghi d'incontro"
SIMOME MOSCA
17 luglio 2016 LA REPUBBLICA




«MILANO? È una città generica, nel bene e nel male». Alejandro Aravena, 48 anni, architetto premio Pritzker nel 2016 e direttore della Biennale d'architettura in corso a Venezia intitolata "Reporting from the front", della generica Milano sarà ospite domani sera. Alle 18 in Triennale parlerà di periferie europee accompagnato dalla proiezione del documentario "Cuts on suburbs", montaggio da 10 minuti curato da Porzia Bergamasco dedicato ai problemi dei sobborghi continentali. Fondatore dello studio Elemental, il laboratorio in cui immagina dal ‘94, con piglio politico, alloggi a basso costo e infrastrutture sostenibili per migliorare i margini delle metropoli, l'architetto alza la cornetta da Santiago del Cile, città dove è nato nel 1967 e dove ancora vive, lavora, insegna.

Definire Milano generica non pare un complimento

«Premetto di conoscerla appena, l'ho vista di passaggio. Se la domanda però è una mia impressione su Milano, allora la risposta è che si tratta di una città generica. Il che non significa sia brutta. Soltanto non la citerei tra le città che costituiscono un esempio positivo, di come le cose andrebbero fatte. Non è come Berlino che ad ogni crisi ha reagito ripensandosi alla radice e che oggi è un prototipo in termini di qualità della vita. Il risvolto positivo è che Milano non è un paradigma negativo, non è sinonimo di malessere, criticità, disagio».

Anche qui però le periferie sono un tema sensibile.

«Le periferie di Milano, così come quasi tutte le periferie europee, nonostante l'impatto delle migrazioni hanno già risposto ai problemi basici degli abitanti. Ci sono acqua, luce, trasporti. Sembra una banalità, ma in Sud America ad esempio questi bisogni spesso non sono soddisfatti, qui da noi il lavoro per ripensarle dovrà essere doppio. Quel che è comune a tutte le periferie del mondo è la diseguaglianza. Che non è soltanto povertà assoluta ma un'iniqua disparità tra le aspettative di chi sta in periferia e quelle di chi sta in centro. Se si pensa la città come una concentrazione di opportunità, il maggior numero di occasioni sta in centro».

Come risponde un architetto alla diseguaglianza?

«Ci lavoro dal 2000. Con un équipe di Harvard ci siamo domandati a che punto l'architettura si è rotta. Abbiamo concluso che nel dopoguerra l'architettura immaginava un modello umano e sociale attraverso le periferie, che si è rivelato sbagliato. Alcuni hanno reagito diventando autori di icone, di esercizi di stile. Pensiamo a Dubai. Altri sono diventati dei teorici puri, propensi alla critica ma mai alla pratica. Per uscire dall'irrilevanza dell'architettura, bisogna riallacciare il filo con la politica, con la società, con l'economia, le leggi. Immaginare un coordinamento della complessità. Le forze in gioco puntano in direzioni opposte, l'architettura ha la forza di riassumerle ».

Milano ha molte icone nuove.

Tutti esercizi di stile?

«Non è che icone, grattacieli, edifici belli siano il male. Musei come il Guggenheim di Bilbao, le Torri di Boeri, conciliano l'estetica con la ricerca. Ma la bellezza da sola non fa architettura, non risolve le periferie, l'estetica è una parte del lavoro. Bisogna avere una visione più larga, agire progettando dentro la società. Architettura non è solo costruire, a volte si demolisce, altre si trasforma l'esistente».

Qualche consiglio alla generica Milano?

«Non saprei, forse guardare a Berlino ma anche a Venezia. Oggi conta attrarre le intelligenze creative, quelle che sanno pensare. Venezia parte bene. La Biennale, la Mostra del Cinema, sono appuntamenti a cui non mancare, che muovono il mondo. E quando il mondo arriva, trova una città dove, muovendosi a piedi, si è destinati a incontri fisici, reali. Ecco, direi che la piazza, il bar, l'interazione non virtuale, possono trasformare il senso di una città».



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