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Il martirio di Pietro firmato da Bellini capolavoro del '400 rubato al convento
LORENZO MADARO
16 luglio 2016 LA REPUBBLICA

È uno dei capolavori della collezione della Pinacoteca metropolitana di Bari, non a caso è stato posizionato in una saletta a sé, per assicurare una condizione climatica adeguata e sistemi di sicurezza in linea con le normative museografiche. La grande tavola che ritrae san Pietro Martire, dipinta da Giovanni Bellini, straordinario maestro del Rinascimento italiano — era nato a Venezia intorno al 1433, dove è morto nel 1516 - è uno di quei lavori che vanno osservati con stupore e concentrazione.

Come suggerisce Clara Gelao, direttrice dell'istituzione museale, «la chiesa alla quale era destinata in origine la tavola del Bellini era quella annessa al più antico convento domenicano di Monopoli, sotto il titolo dell'Annunziata», dove il clima intellettuale pare fosse notevolmente intenso. Dopo una serie di vicissitudini e la soppressione dei conventi del 1809, l'opera è stata ceduta temporaneamente all'Opera Pia di San Cataldo, per poi passare al museo nel luglio 1929. «Da qui — ricorda Gelao — è stata rimossa solo una volta, nel 1948, quando fu portata all'Istituto centrale del restauro di Roma».

La presenza dell'opera in Puglia si deve al committente, il magistrato Leo Apona, collezionista di mobili, libri, tappeti preziosi, argenti e opere d'arte, che la volle per la cappella di san Pietro martire nella chiesa dell'Annunziata, poi Santa Maria Nova. Una curiosità: Apona nel suo testamento ha espresso la volontà di essere sepolto con abiti domenicani in un sepolcro eretto nella cappella; e domenicano era san Pietro martire, che venne assassinato con un colpo di roncola sul capo, come si evince dal dipinto a Bari.

Un'unica tavola di pioppo di quasi due metri d'altezza, e con l'allestimento attuale in pinacoteca è possibile visionare sia il recto che il verso dell'opera: presenta sul retro alcuni disegni, anche visibili a occhio nudo, come il grande candelabro e il giovinetto ignudo che si appoggia a un cavallo.

"Joannes Bellinus": è firmata così, con lettere dorate, la grande opera, la cui superficie è quasi del tutto occupata dal santo martire, su un fondo di cielo azzurro. «L'altissima qualità d'esecuzione del dipinto, e soprattutto dei particolari sui quali il Bellini lascia indugiare il pennello, rende incomprensibile l'evocare l'intervento di un aiuto, come ipotizzato da alcuni studiosi, e ne conferma in maniera incontrovertibile la completa autografia», la pensa così Gelao. Ma chi era Giovanni Bellini, detto Giambellino? Figlio e allievo di Iacopo, si è formato anche in contatto con il cognato, il grande Andrea Mantegna. Per circa sei decenni ha contribuito alla vitalità della pittura veneziana, guardando anche alla lezione di altri maestri, da Piero della Francesca ad Antonello da Messina.

Pittore intenso, drammatico, capace di interpretare le fonti iconografiche e religiose, ma anche di proporre una visione estremamente realistica, umana e angosciante di scene come la Pietà, a cui ha dedicato un indimenticabile dipinto a tempera su tavola conservato nella pinacoteca di Brera a Milano. Ma c'è anche un Bellini più scenografico, che ambienta i suoi personaggi in quinte studiate e mozzafiato, come nell'Allegoria sacra degli Uffizi.

Ma torniamo alla tavola pugliese e al suo restauro del 2007, eseguito dalla ditta Fausto Giannitrapani di Ghezzano, in provincia di Pisa, con la direzione di Clara Gelao e il supporto del compianto Michele D'Elia, già direttore dell'Istituto centrale del restauro di Roma, con la supervisione della Soprintendenza PSAE per le province di Bari e Foggia. «Le indagini condotte, mediante tecniche analitiche di livello più o meno avanzato, hanno fornito — avverte il team di studiosi che l'ha condotto, tra cui Alessandro Monno, Rocco Laviano e Inez van der Werf — una banca dati significativa sull'evoluzione della tecnica pittorica del Bellini e, di riflesso, di quella relativa al periodo storico in cui l'artista ha operato, tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo».

Conoscere il grande dipinto di Bellini vuol dire anche visitare la collezione del museo barese, che va dalla scultura romanica alla pittura veneta — oltre al Bellini, ci sono opere di Paolo Veronese, Jacopo Tintoretto e altri protagonisti - dalle opere di scuola napoletana di età barocca all'Ottocento, con Francesco Netti e, naturalmente, Giuseppe De Nittis (info pinacotecabari. it).



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