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«I politici dimenticano che il Friuli è una Patria»
di Giacomina Pellizzari
12 luglio 2016 IL MESSAGGERO VENETO



L’appello di monsignor Menis ai giovani: non perdete l’autonomia

«Il Friuli è una vera Patria, forse piccola come territorio, ma tanto antica nella sua anima. Una Patria che qualche politico cerca di far dimenticare. I giovani devono essere gli eredi di questa tradizione. È importante che il popolo friulano non perda la coscienza della sua autonomia». Monsignor Gianfranco Menis, 89 anni, di Buja, nel giorno in cui ha ricevuto l’onorificenza dalla Provincia per il suo impegno dimostrato in 65 anni di sacerdozio nella tutela dei beni culturali, ha fatto una lezione di politica, in marilenghe, invitando giovani e governanti a rileggere la storia del Patriarcato di Aquileia con sede a Udine e con una composizione politica tutta friulana.

Menis non è un monsignore qualunque, è un insegnante, uno storico, un archeologo, ma soprattutto un uomo di Chiesa che, come ha evidenziato l’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato, ha saputo concordare il suo essere sacerdote e il suo essere friulano per il bene del territorio e della storia. Le sue doti sono state riconosciute, ieri, dall’amministrazione provinciale che l’ha onorato consegnandogli una medaglia incisa da Piero Monassi, medaglista di Buja. «Un grande uomo di cultura della nostra diocesi. Uno dei tanti uomini di chiesa che nel ‘900 ci ha aiutato a non dimenticare le nostre radici e i nostri valori, a non dimenticare quello che vuol dire essere popolo friulano con la sua cultura e con le sue specificità». Così il presidente Pietro Fontanini, ricordando che Menis, direttore emerito dei Musei diocesani e delle Gallerie del Tiepolo, rifiutò la direzione dei Musei Vaticani per restare al servizio del Friuli.

Menis ha al suo attivo circa 300 pubblicazioni tra cui la “Storia del Friuli”, un volume uscito in 33 edizioni più due in inglese. Questo fatto, ha spiegato, denota che «i friulani desiderano conoscere la loro storia». Un storia che trova le sue radici nella «creazione dello Stato patriarcale che portò al massimo sviluppo l’identità politica della regione. I patriarchi erano per la maggior parte stranieri ma la composizione politica dello Stato era tutta friulana. Dal 1077 al 1445 i friulani hanno potuto vivere come popolo indipendente. 26 su 75 patriarchi furono oltre che capi religiosi anche politici della nostra terra. La Costituzione della Patrie dal Friûli pubblicata dal patriarca Marquardo fu valida anche sotto il dominio veneto. È importante – si è raccomandato - che il popolo friulano di oggi non perda la coscienza della sua autonomia culturale». Udin al è la “Aquileja Nova”, ha detto citando il patriarca Nicolò di Lussemburgo e concludendo con un’esortazione «Ch’al vivi il Friûl! cun Udin come capitâl e il cjistiel come sede dal Patriarcje e dal guvier nazional».

A Menis piacerebbe che i giovani fossero eredi fedeli della piccola Patria, invece nel momento in cui l’Europa si frammenta sotto il peso delle diverse anime, non sembra proprio che i governanti siano disposti a rileggere la storia. «Dipende dai Governi che sono a capo - ha aggiunto - che possono decidere se far rivivere o meno quell’esperienza». Certo è che «tre secoli di autonomia non sono stati uno scherzo anche se allora i piccoli stati erano una realtà e quindi il Friuli avendo un territorio omogeneo, soprattutto attraverso la lingua, faceva parte di uno Stato che ricevette pieno riconoscimento».

Ordinato sacerdote l’8 luglio 1951, Menis ha fatto parte della commissione d’Arte sacra universale nella città del Vaticano. Ha diretto per 20 anni il Centro regionale di catalogazione e restauro dei beni culturali, istituito nel 1971, e fondato nel 1977 la Scuola regionale di conservazione e restauro dei beni culturali. La Scuola assieme al recupero di 4 mila opere d’arte nelle chiese distrutte dal sisma, fu la risposta alla richiesta di tutela dei beni culturali che arrivava dalla gente. «Ha allestito mostre non banali diventate iniziative della Regione» ha ricordato Bergamini ripercorrendo l’attività scientifica del sacerdoteche nell’estate 1976 organizzò il centro di raccolta delle opere d’arte nell’ex chiesa di San Francesco. «Creò una forza d’urto formidabile, divise il Friuli in zone a ognuna delle quali assegnò un coordinatore e mandò un esercito di volontari a recuperare le opere». E d’intesa con l’allora arcivescovo Alfredo Battisti e il presule di Vienna, racimolò i fondi necessari alla salvaguardi delle opere d’arte organizzando
una mostra itinerante. Menis e una mente acuta finita all’attenzione del Vaticano, ma il professore rispose «no, grazie», scelse, come ha ricordato Bergamini, di «rimanere in Friuli dove inaugurò con l’arcivescovo Battisti il rinnovato Museo diocesano».



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