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Milano. Scacco matto alla cultura
Corriere della Sera 23/7/2016

Al ritmo della Marcia di Radetzky , Milano ha lanciato l’Opa (si fa così nella capitale finanziaria) sulla cultura nazionale. Va bene: l’archeologia resterà sempre a Roma e Napoli, i musei a Firenze e le mostre a Venezia... Ma da tempo i tromboni, i bombardini e la grancassa accompagnano Milano al controllo di (quasi) tutti i territori dell’industria culturale. Da secoli capitale della lirica con la Scala, dal Dopoguerra lo è diventata del Disegno industriale che ha reso popolare, con la settimana del design, la creatività e lo stilismo un tempo riservati a esperti e upper-class che frequentavano le sfilate di moda. L’architettura, poi, ha rifatto il cielo della città inventando punti di osservazione e, per i Tom Wolfe ambrosiani, cocktail agli ultimi piani. Capitale della musica e del teatro, si è rafforzata con la nascita di Mito e delle nuove sedi del Piccolo. Sono sorti musei, sia pubblici (Museo delle culture) che privati, come le Gallerie d’Italia di Intesa-Sanpaolo. La Triennale ha rilanciato la periodica rassegna quasi sfidando la Biennale e poi è arrivata l’Expo, un evento postmoderno con velleità di divulgazione.

Restava un passo indietro (cinema a parte) l’industria editoriale. Strano, visto che qui hanno sede le maggiori case editrici. Lasciata per anni la sola Milanesiana a presidiare il palinsesto estivo dei festival culturali, si è poi aggiunta la rassegna Bookcity che, agli occhi di quanto sta succedendo appare come una prova generale della zampata che gli editori legati all’Aie stanno dando per assicurare all’ambrosianità il baluardo sguarnito: una fiera del libro, anzi il Salone del libro.

Torino è la città del Salone direi per tradizione Einaudi, esempio di impegno civile e antifascismo attraverso i suoi protagonisti, da Leone e Natalia Ginzburg a Massimo Mila, Norberto Bobbio e Giaime Pintor. A Torino si è cercato di innestare questa tradizione dentro aspetti della postmodernità: così, negli ultimi anni si son viste al Salone carovane di scolari che camminavano fissando il telefonino salvo quando c’era la guest-star: Checco Zalone. Ora, dico: se si passa da Sartre a Zalone ci sarà pure qualcosa che non funziona? Poi i guai giudiziari. L’autoreferenzialità inaridisce ogni progetto. In più c’è la postmodernità vissuta come un gravame e l’industria come un pericolo o uno sponsor. Così, Milano è giunta a reclamare questo baluardo. Ma lo faccia con signorilità e mettendo ordine, all’insegna della partecipazione e della serietà, non come gioco di potere o ulteriore vetrina di volti tv o bonazze travestite da «scrittori».



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