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Pompei. Crollo alla «Schola», nessuno è colpevole
Titti Beneduce
Corriere del Mezzogiorno 23/7/2016

Sono occorsi due anni e mezzo di processo ma alla fine, per il crollo della Schola Armaturarum avvenuto negli scavi di Pompei tra il 5 e il 6 novembre del 2010, non ci sono colpevoli. La sentenza ieri dopo una camera di consiglio durata poco più di un’ora.

Napoli. Sono occorsi due anni e mezzo di processo ma alla fine, per il crollo della Schola Armaturarum avvenuto negli scavi di Pompei tra il 5 e il 6 novembre del 2010, non ci sono colpevoli. La sentenza, pronunciata nel pomeriggio di ieri dopo una camera di consiglio durata poco più di un’ora, ha visto assolta dall’accusa di crollo colposo l’architetto in pensione Paola Rispoli, all’epoca dei fatti responsabile di quell’area degli scavi, difeso dagli avvocati Giuseppe Fusco e Orazio Cicatelli. A pronunciare la sentenza è stata la prima sezione penale del tribunale di Torre Annunziata (presidente Ernesto Anastasio, a latere Marialaura Ciollaro e Riccardo Sena): il pm Emilio Prisco aveva chiesto per l’architetto Rispoli una condanna a un anno e mezzo.

Il crollo, avvenuto dopo abbondanti piogge, ebbe un’enorme eco in tutto il mondo. Per giorni gli inviati di numerose testate realizzarono servizi nell’area degli scavi, sottolineandone i problemi e le criticità. Sulla vicenda intervenne anche l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «Quello che è accaduto a Pompei — disse — dobbiamo, tutti, sentirlo come una vergogna per l’Italia. E chi ha da dare delle spiegazioni non si sottragga al dovere di darle al più presto e senza ipocrisie». Proprio lo sgomento e la preoccupazione per la situazione degli scavi, tuttavia, fu la molla che fece scattare l’inversione di tendenza che ha portato alla recente riqualificazione, con la riapertura di svariate domus, la mostra di Mitoraj e le visite di Matteo Renzi.

Secondo il perito della difesa, ingegner Lucio Fino, che aveva deposto nei mesi scorsi, il crollo fu causato da detriti, rami secchi e altro materiale che aveva occluso il canale di scolo delle acque piovane. Non riuscendo a defluire, l’acqua era ristagnata sul tetto di cemento armato (Fini parlò di «piscina») e il suo peso aveva finito per provocare il cedimento dell’edificio, che era stato distrutto dai bombardamenti alleati del settembre 1943 e ricostruito da Amedeo Maiuri negli anni successivi. Per redigere la sua perizia, Fino dovette basarsi su vecchie fotografie e su rilievi satellitari: le macerie dell’edificio, infatti, nel frattempo erano state rimosse. «Sul luogo non c’era più nulla — spiegò all’Agi — se non pochi frammenti di muratura ricoperta da teli di plastica. Quindi mi sono basato sugli elementi raccolti dagli investigatori, sui rilievi fotografici di uno studioso tedesco dal 1970 e su un fotopiano della Soprintendenza. E ho notato che il terrapieno adiacente alla Schola periodicamente era invaso da sterpaglie, erbe e terra e in altri periodi ripulito, mettendo in luce le strutture del retro dell’edificio. Quando la Schola è crollata, era ingombro, quindi è probabile che l’acqua sul solaio di cemento abbia ristagnato. Un accumulo di circa 6 centimetri, cioè circa altrettante tonnellate di peso».



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