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Emigranti. Ora un museo sull’epopea
Gian Antonio Stella
Corriere del Veneto 23/7/2016

«Bisogna recordarse de i nostri bisnoni / che grasie a lori poi noi semo qua!», dice una straordinaria canzone della nostra emigrazione scritta da Valmor Marasca, un cantautore brasiliano la cui famiglia veniva da Ala di Trento, ai confini col Veneto. Ed è bello che tanti figli e nipoti di veneti sparsi per il pianeta tornino a distanza di decenni, domenica a Belluno, per la «Giornata regionale dei veneti nel mondo». Benvenuti. Evviva.

Ancora una volta, però, quei nostri «cugini» che arrivano dal Rio Grande do Sur o dal Belgio, dall’Australia o dalla California, non troveranno un Museo della Grande Emigrazione Veneta. Certo, qualche rara testimonianza qua e là di quell’epopea che vide partire tra il 1875 e il 1961 circa cinque milioni e mezzo di friulani, giuliani e trentini ma soprattutto veneti (al punto che la nostra fu l’unica regione italiana a perdere abitanti tra il censimento del 1951 e del 1961 con vere evacuazioni come a Gorgo al Monticano: meno 27 per cento) esiste.

Come il Mim (Museo Interattivo Migrazioni) di Belluno. E non vanno dimenticate volenterose mostre itineranti come nel 2009 nel Museo dei Grandi Fiumi a Rovigo.

Un grande museo all’altezza della nostra epopea, però, manca. E chi negli anni ha provato a metterne in piedi uno, come a San Giorgio in Bosco l’allora sindaco Leopoldo Marcolongo, è stato frustrato da promesse, ciacole, impegni, rinvii, silenzi… Come se bastassero, per rendere onore ai veneti che se ne andarono a «catàr fortuna» all’estero affrontando spesso ostacoli durissimi, qualche rimpatriata cameratesca e mangiata finale di «poenta e costesine», un po’ di convegni, certe leggine elettorali per riconoscere come veneti d.o.c. anche i nipoti dei nipoti dei nipoti di chi partì un secolo e mezzo fa o il libriccino «Noi veneti» distribuito anni fa in tutte le scuole con una paginetta che ricordava solo (solo!) le partenze per il Brasile.

Sinceramente: è una cosa seria? Esistono piccoli ma preziosi musei dell’emigrazione umbra a Gualdo Tadino, eoliana a Salina, parmense al Museo degli Orsanti di Compiano, toscana al Castello di Lusuolo in Lunigiana, marchigiana a Recanati, friulana a Cavasso Nuovo e ora anche lucana nel Castello di Federico II a Lagopesole...

Perfino San Marino ha un museo dei migranti della minuscola Repubblica.

Per non dire dei rari musei d’impronta nazionale come «La Nave della Sila» in Calabria,il delizioso «Paolo Cresci» di Lucca e soprattutto il bellissimo Mem (Memoria e Migrazioni) nella cornice del Galata Museo del Mare di Genova. E noi? Zero. Zero carbonella, come dicono a Roma. Una vergogna, per la regione che più di ogni altra ha donato emigrati al mondo intero. Come i trevisani che, truffati, partirono nel 1880 per la Nouvelle France (oggi Papua-Nuova Guinea) per fondare uno stato fedele al Papa e approdarono infine a Sidney, decimati dalle epidemie a bordo, dopo 368 giorni di viaggio infernale. O i veneti che, scrive il vicentino Bernardino Frescura, sbarcarono atterriti in Brasile scivolando appesi a una fune tesa tra il transatlantico alla fonda e il battello col quale poi dovevano risalire il Rio Parnaíba, con i pescecani che gironzolavano di sotto. O Felice Serafini, la moglie incinta e gli otto figli che, partiti da Arzignano, affondarono nel «tragico naufragio del vapore Sirio». O quelli che a centinaia passarono clandestinamente le Alpi per andare in Francia, in Svizzera, in Germania. O ancora quelli che partivano per le più lontane lande dell’impero austroungarico spingendo la carriola: «’ndemo in Transilvania / a menar la carioleta / che l’Italia povareta / no gà bezzi da pagar»…

Storie di lutti, storie di dolori, storie di fatiche, storie di immense fortune. Come quella dell’opitergino Amedeo Obici, che dopo essere emigrato in Pennsylvania e aver fatto di tutto, dal cameriere al fruttivendolo al sigaraio, intuì per primo che le noccioline potevano essere sbucciate, salate e messe sotto vuoto. Una piccola grande idea che lo avrebbe fatto diventare milionario come «Mr. Peanut». E con lui, da una parte all’altra del mondo, fecero fortuna in tanti. E in tanti tornarono e investirono i loro gruzzoli, piccoli o grandi che fossero, nella loro terra.

Anche per questo «bisogna recordarse de i nostri bisnoni / che grasie a lori poi noi semo qua!». Perché quelli che nel canto di Valmor Marasca si sono spaccati la schiena per disboscare il «mato» (i gà sofresto pezo que animai / I gà trovato puro mato / sensa querte i dormiva in tera / I gà lutà tanto tanto /quasi come èser ne la guera») non han fatto la fortuna solo del Brasile e dei paesi dove andarono a vivere. Ma del Veneto. Che senza i capitali e l’esperienza e il «know-how» di tanti mestieri riportati a casa dopo anni all’estero dai nostri nonni, padri, fratelli non avrebbe vissuto la formidabile rimonta che l’ha trasformato da «meridione del Nord» in una «locomotiva d’Italia».

Glielo dobbiamo, un grande museo. E’ un debito che dobbiamo pagare al nostro passato. E pagare ai nostri figli e nipoti, che hanno diritto a conoscere la nostra storia. Perché possano provare fierezza patriottica per tutti i veneti che hanno fatto fortuna. Ma anche perché possano versare una lacrima rileggendo certe lettere come quella spedita da un certo Mario Gardelin e ripresa in «A catàr fortuna» da Ulderico Bernardi: «I Zaupa, che i xera li, de Torreselle, i xe vegnésti in nove: el pupà, la mama, quatro tosatèi e tre toséte. I omenéti i xe morti tuti: un a Gibilterra, nantro al equador, el terso quando i Xera drio veder el Brasil e l’ultimo el di in che ì xe rivadi».



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