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Roma. Federica Galloni: «Serve cultura per le periferie»
Giuseppe Pullara
Corriere della Sera 24/7/2016

Dallo scorso anno Federica Galloni è diventata direttore generale del Ministero Beni culturali con una competenza specifica sulle Periferie: per la prima volta lo Stato mette al centro della sua attenzione la periferia. «Piuttosto che di un racconto culturale - dichiara Federica Galloni - la periferia ha bisogno di interventi culturali, come stiamo per fare a Tormarancia».

Da quando hanno cominciato a formarsi, si è pensato che le periferie romane andavano «risanate». In sessant’anni, fiumi di parole, promesse, programmi, tanti soldi. Ma la nuova giunta comunale ha davanti a sé, come tutte quelle che l’hanno preceduta, il macigno del recupero delle periferie. Perché in tanto tempo non si è riusciti a risolvere il problema? All’avvio dello scorso anno Federica Galloni è diventata direttore generale del Ministero Beni culturali con una competenza specifica sulle Periferie: per la prima volta lo Stato mette al centro della sua attenzione la periferia italiana, oltretutto con un ministero anomalo, che si occupa di cultura e non di infrastrutture.

«La periferia romana non è stata risanata perché si è agito sempre senza riconoscere le diversità di ciascun ambito, applicando criteri generali e generici. Pensare che un’idea vada bene per tutto è stato sbagliato. Gli interventi andavano diversificati per rispondere a situazioni molto diverse».

La narrazione pasoliniana della periferia le ha attribuito un certo fascino. Non ha forse nuociuto ad un efficace recupero dal degrado?

«C’è qualcosa di ipocrita nel fissare un’immagine della periferia: essa è mutazione continua. Piuttosto che di un racconto culturale la periferia ha bisogno di interventi culturali, come stiamo per fare a Tormarancia».

La periferia è fatta da città pubblica (case popolari) e città privata: la prima progettata anche bene, l’altra spontanea, abusiva, condonata. Quale ha contribuito di più al disastro?

«Gli insediamenti pubblici, spesso neppure definiti nei servizi, sono rimasti fermi nella loro inadeguatezza. La città spontanea si è via via adattata ai mutamenti sociali col risultato che lì si è finito per vivere meglio che nelle case popolari».

Architetto Galloni, cos’ha combinato finora per guarire le periferie? Ormai le si deve chiedere un primo rendiconto.

«Analisi, studi: per capire bene le loro specificità. Ecco qui un Atlante delle periferie italiane che sarà utilissimo. Per progetti concreti proposti dai Comuni l’anno scorso abbiamo erogato 80 milioni, quest’anno 500 per progetti dei capoluoghi di regione e delle aree metropolitane. A Roma è avviato il Progetto Decima. Un accordo con il dicastero dell’Istruzione porta le scuole della periferia a visitare i musei. Abbiamo ottenuto l’uso degli spazi aperti delle scuole periferiche per iniziative culturali. E tanto altro».

Con quali forze si sta muovendo?

«Il mio gruppo conta una dozzina di collaboratori, di cui 5 sono progettisti. Ma c’è un concorso che mi darà forse altri 130 architetti. Siamo in espansione».

Che ne pensa della «ricucitura» della periferia lanciata da Renzo Piano?

«Beh, almeno è stato il primo a lanciare un tema di cui finalmente si parla».

Rigenerare, abbattere, riusare, densificare, recuperare: lei cosa sceglie?

«Lo scopo è: dare a chi vive in periferia il diritto a vivere come in un centro, con tutte le sue funzioni. E allora bisogna intervenire caso per caso, in modo di-ver-si-fi-ca-to, evitando la genericità».

Che budget ha per Roma?

«Il governo ha stanziato 40 milioni tondi per il recupero dei capannoni della Difesa a Tor Sapienza. Per fare progetti quest’anno spendo 300 mila euro, per Roma il 10%».

Sarà capace di fare le nozze con i fichi secchi?

«Io sono soddisfatta di quanto abbiamo fatto finora. Ho ancora un anno e mezzo di incarico: così come utilizzo il lavoro di chi mi ha preceduto spero che altri metteranno a frutto il nostro impegno: si chiama continuità amministrativa».

Lei ha molto potere sullo sviluppo urbano: come la mettiamo con gli assessori all’Urbanistica?

«Un momento: loro fanno city building, noi city making. Loro fanno la città, noi suggeriamo come migliorarla. Certo, posso mettere in allerta le sovrintendenze: loro sì che hanno potere usando i vincoli».

Che si aspetta dalla nuova giunta capitolina?

«Per agire sulle periferie non si può che collaborare. Ci vuole un’azione integrata di tante competenze. Il futuro della città si costruisce solo così».



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