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Il «conformismo» di Christo
Romeo Seccamani
Corriere della Sera - Brescia 24/7/2016

Ho letto, alcuni giorni dopo la data di pubblicazione, l’intervento di Eugenio Baresi sulle pagine bresciane del Corriere, a commento dell’opera ardimentosamente effimera compiuta da Christo sul lago d’Iseo. L’idea d’istallare moduli gonfiabili e galleggianti sull’acqua come esercitazione creativa, finalizzata a promuovere e rinnovare costumi e gusto estetico, è vecchia più di mezzo secolo. Quando all’affermarsi del relativismo, nei primi anni sessanta del secolo scorso, ideare e realizzare un’opera d’arte post moderna significava finalizzarla a negarne il valore unico e durevole, ossia a privare l’atto artistico, in particolare pittorico, di quella componente espressiva dell’intuito poetico irrazionale del sentimento che contribuisce a caratterizzare l’arte umanistica tanto sottolineata da Kandinski. Figlia del predominio tecnologico, l’arte post moderna ha partecipato a formare il costume e il comportamento consumistico, svuotandola anche dei valori cardine, necessari per comprendere forme e colori dell’arte del passato, tant’è che questi vengono sempre più visti come meri segni simbolici se non addirittura usati per fredde comparazioni cronologiche. Tutto ciò per rilevare due cose discordanti da quelle ben espresse da Eugenio Baresi: la stuoia galleggiante di Christo, (che a me fa pensare alla festa che diedero i Conti Lodrone sul lago d’Idro ghiacciato, circa 500 anni fa, per ricordare l’eccezionale evento) sul lago d’Iseo, è stata certamente un’operazione effimera, sensazionalistica, efficacemente promozionale sia per l’autore sia per il lago, in quanto ha riscosso nell’opinione pubblica molto successo, grazie anche a una vasta campagna mediatica appropriata, poiché ha rispecchiato benissimo il gusto e il concetto etico estetico della provvisorietà consumistica affermatosi nella nostra cultura del passato prossimo post modernista. Proprio sotto l’aspetto prettamente artistico, però, è stata un’operazione conformistica, da considerarsi basata su schemi e idee ormai consunti e «tradizionali». Per quanto invece riguarda il fatto che, come scrive Baresi, una parte del milione e più dei partecipanti all’istallazione di Christo possa tornare in futuro a visitare i dintorni del lago d’Iseo, ci può stare, poiché efficace è stato l’impatto promozionale, ma che qualcuno possa tornare per visitare gli episodi della vita di «Cristo Gesù» dipinti da Romanino a Pisogne, o quelli della quotidianità cinquecentesca «istallati» dal pennello di Lotto, nelle illustrazioni della vita di Santa Barbara a Trescore Balneario, io sarei scettico. Ritengo infatti che siano sempre meno le persone (e questo riguarda anche i cosiddetti esperti in materia) a possedere o a esercitare l’adeguata sensibilità per sintonizzarsi sulle sonorità emozionali di quei valori formali e cromatici prodotti dell’evoluzione storica del sentimento, proprio perché quel sentire, se non ancora del tutto spento, lo stiamo pian piano sostituendo con sensazioni del tutto diverse.



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