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Roma. La Biennale dell’Antiquariato sotto «tutela»
Lauretta Colonnelli
Corriere della Sera - Roma 28/7/2016

Il direttore del Polo museale del Lazio ha istituito un comitato di vigilanza guidato da Mancini

I gelidi malumori degli espositori che dai settanta di quattro anni fa sono stati ridotti a trenta

Due le novità sulla Biennale internazionale di antiquariato che si svolgerà dal 29 settembre al 3 ottobre a Palazzo Venezia. Le ha annunciate ieri mattina Edith Gabrielli, direttore del Polo museale del Lazio, presentando la manifestazione giunta al ventesimo anno e alla decima replica. La prima riguarda l’ingresso da piazza Venezia, anziché dallo scalone monumentale di via del Plebiscito, com’era ormai consueto. La seconda si chiama «vetting». Ci sarebbe pure un «display», cioè un «gusto nuovo e diverso anche nell’esposizione delle opere». Ma è sul «vetting», che alla lettera significa vagliare e in senso più ampio si traduce in «commissione di vigilanza», che ieri mattina è caduto il gelo tra Gabrielli e il presidente dell’associazione degli antiquari per la Biennale, Cesare Lampronti.

Ecco le parole di Gabrielli: «Questa edizione, anche grazie al vaglio di un adeguato comitato di vetting , di cui si è fatto carico interamente il Polo museale, assicura la continuità dell’impegno nella selezione qualitativa degli espositori e degli oggetti presentati. Su questa base si è voluto alla presidenza del vetting uno studioso di livello come Francesco Federico Mancini, professore dell’arte moderna all’università di Perugia. Il mondo dell’antiquariato va considerato, senza se e senza ma, un ingranaggio, un momento indispensabile del sistema artistico e culturale di una nazione come l’Italia e perciò della sua capitale».

A cui Lampronti ha replicato secco: «A noi antiquari non ci piace essere messi sotto tutela». Dietro, c’è un braccio di ferro che va avanti da mesi. Negli anni passati il comitato c’era, ma scelto in accordo con il soprintendente di turno, ed era un comitato scientifico, non di vigilanza, come fa notare Lampronti. Nel 2014 si era trovata anche una soluzione temporanea per il certificato di libera circolazione delle opere. Un punto dolente che creava sempre non pochi grattacapi, e danni economici, agli espositori, a causa della lentezza per ottenerlo o di un improvviso atto di notifica in corso di trattativa. Così, per evitare situazioni imbarazzanti, si decise che funzionari della soprintendenza e dell’ufficio esportazioni avrebbero esaminato in anteprima le opere per rilasciare subito l’eventuale nullaosta.

E ora Gabrielli ha dato carta bianca al professor Mancini, che ha chiamato al suo fianco una dozzina di accademici italiani e stranieri. Saranno loro a vagliare prima le foto delle opere, e poi le opere stesse proposte dagli antiquari e a decidere se siano degne di entrare nello storico palazzo. «Anche perché saranno inserite in un allestimento che non vive di vita propria, ma dovrà essere in grado di dialogare con le antiche sale che lo ospitano», spiega Gabrielli.

Ma c’è di più. Gli antiquari che parteciperanno alla decima Biennale sono solo una trentina, rispetto ai circa cinquanta della nona edizione e ai settanta di quelle precedenti. E questo perché si sono ridotti gli spazi espostivi, non essendo più disponibili la loggia e il portico, coinvolti nelle iniziative collegate alla riapertura del giardino. Infine, la spinosa questione degli eventi collaterali alla mostra. Lampronti racconta che gli antiquari ne avevano proposti quattro: l’esposizione di tutti i «San Francesco» attribuiti a Caravaggio e un dibattito tra vari studiosi; una rassegna di circa ottanta quadri sul paesaggio romano da Claude Lorrain a Ippolito Caffi, da presentare nei locali del sottosuolo del Palazzo che la soprintendenza ha appena recuperato; una mostra sull’eros nell’arte; un’altra sulle origini degli antiquari romani. Tutti bocciati .



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