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PARIGI-“Nel mio Louvre più popolare è possibile capire l’Europa”. Intervista a Jean-Luc Martinez
Daniela Fuganti
La Stampa, 12/08/2016

Jean-Luc Martinez, direttore del museo più celebre del mondo “Ora nel padiglione dell’orologio c’è la storia delle collezioni”


Un cantiere invisibile e felpato, nascosto da false pareti, ha lavorato per circa due anni nel cuore del Louvre. La gente non se n’è quasi accorta. Ma sotto la piramide di Pei, inaugurata nel 1989, tutto è stato riorganizzato per rimettersi al passo coi tempi, e con le esigenze dei dieci milioni di visitatori che ogni anno varcano la soglia del museo più famoso del pianeta. Finite le file interminabili, intensificati i controlli, vendita di ingressi online con visita garantita entro mezz’ora, biglietteria più agile, toilette raddoppiate, guardaroba gratuito. Gigantografie delle opere più emblematiche, all’ingresso di ogni ala, segnalano al turista disorientato l’ubicazione delle varie collezioni. Per i più tecnologici, una geo-localizzazione fornita dal sito del museo condurrà in pochi minuti davanti all’opera prescelta. Jean-Luc Martinez, attuale direttore della celebre istituzione parigina, specialista in antichità greche etrusche e romane (di cui dirigeva il dipartimento proprio al Louvre), vuole come i predecessori lasciare la sua impronta.

Signor direttore, come è stato partorito questo progetto?
«I miei predecessori si erano essenzialmente dedicati a portare a termine il disegno del “ grande Louvre”. Dal 1991 al 2014, il museo ha continuato ad estendersi, occupando gradualmente tutte le sale del palazzo (il ministero delle Finanze risiedeva fino al 1989 nell’ala Richelieu): un luogo denso di storia, trasformato da fortezza medievale a residenza reale, e divenuto museo nel 1793. Il mio compito attuale è di mantenerne il livello di eccellenza».
In che cosa consiste l’essenza degli interventi eseguiti?
«Ho voluto renderlo più accogliente e leggibile, mettendomi al posto del visitatore medio. A questo fine ho creato un nuovo spazio nel padiglione dell’Orologio, situato simbolicamente al centro del palazzo, fra le sue due ali che abbracciano nel vuoto la dimora reale delle Tuileries - il vero « ventre » del Louvre - distrutta dai comunardi nel 1871. Nel padiglione dell’Orologio si racconta la storia del museo, quella delle sue collezioni, nonché le vicende legate alla loro provenienza».
Un Louvre più comprensibile e pedagogico. Più popolare e meno «intimidatorio»…
«Molti di noi sono andati al Louvre per la prima volta con la scuola, specialmente nel caso di chi proviene da famiglie modeste, come me. La maggior parte in genere non ci torna più. Io voglio valorizzare il mio Louvre avvicinandogli anche il pubblico popolare. Il museo ha una sua missione sociale, è un luogo che aiuta a capire le dinamiche del mondo contemporaneo, e la nostra identità. A capire l’Europa di oggi, e dove risiede il genio di ciascuna delle nostre nazioni».
Come ha impostato la sua « politica estera»?
«Ho rapporti con i Paesi dai quali provengono le raccolte del museo. In Italia scaviamo a Gabi perché possediamo la collezione Borghese comprata da Napoleone, nella quale è compreso il primo materiale trovato sul sito nel 1790. Con Cortona invece abbiamo un programma scientifico legato alla scrittura etrusca, a cui abbiamo contribuito pubblicando il catalogo delle iscrizioni etrusche del Louvre. Mi sto occupando intensamente di portare a termine il progetto Louvre-Abu Dhabi, la cui apertura è prevista a fine 2016».
Non siete però presenti a Palmira dopo la sua liberazione dall’Isis…
«Nel restauro di Palmira si sta giocando una partita di importanza geo-politica non secondaria. Non possiamo lavorare ufficialmente con la Siria, anche se le relazioni scientifiche non sono mai state interrotte. Per non dare l’impressione di avallare l’operato di Putin e di Bashar al-Assad, con il quale Hollande ha rotto i rapporti diplomatici non prevedendo che sarebbe rimasto al potere così a lungo».
Ci sveli qualche cifra: come è finanziato il Louvre, quanto sono costati i recenti lavori.
«Su duecento milioni di euro di budget per la gestione del museo, la metà proviene dallo Stato. Per il resto sessanta milioni arrivano dai biglietti, quaranta dall’affitto degli spazi commerciali e dal mecenatismo. Per quanto riguarda i lavori appena ultimati, sessanta milioni in tutto, la somma è stata assicurata dai proventi della nostra collaborazione al progetto di Abu Dhabi».



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