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Buzzati e lo sdegno delle Dolomiti
Moreno Gentili
Corriere dell'Alto Adige 13/8/2016

Le Dolomiti hanno molte storie da raccontare, ma una in particolare nasconde ancora oggi un fascino assoluto. il rapporto fra Dino Buzzati e queste montagne uniche al mondo, oggi anche patrimonio dell’Unesco.

Una frequentazione assidua la sua, tradotta in forma di complicità e confessioni letterarie, ricerche e scoperte, umori e timori ben miscelati in una narrazione sempre puntuale, spesso trascritta sulle pagine del Corriere della Sera quando ancora non si parlava di tutela della montagna e del suo habitat naturale. Una prova? «Pale di San Martino [...] Perché siete diventate così fragili, perfino il Campanile Pradidali che una volta era tutto di cristallo? Perfino la torre di Valgrande che una volta era tutta di ferro? [...] Perché vi siete fatte così marce che appena a toccarvi crollate giù con orrendi schianti e frane di pietra, e viene la paura? Basta», queste le parole del poema O Pale di San Martino scritto nel 1966.

Chi sa e chi vive di montagna, sa cos’è il rumore di una frana, cosa ben diversa che il muoversi del ghiacciaio nel suo sordo fragore mobile di vita. La montagna che cade è tutt’altro ed è proprio di questi giorni l’allarme della frana sul monte Pelmo, un rumore pari al fragore di cannoni che ha raggiunto gli abitanti di San Vito di Cadore, una delle mete care allo scrittore.

Il suo scrivere di montagna sul Corriere dal 1933 al 1970, due anni prima della sua scomparsa, era già difendere le Dolomiti. Articoli dove cime, creste, torrioni, cenge, camini, masti, contrafforti, uomini e corde, chiodi e sospiri, leggende di vita e vite da leggenda, insegnano oggi a ripercorrere questi luoghi in modo quasi mistico per meglio comprendere storia e tradizioni di questo territorio.

A rileggere alcuni suoi articoli si rimane meravigliati dalle sue parole e dalle sue intuizioni, ma d’altronde stiamo parlando dello scrittore che ha donato al mondo un libro come il Deserto dei Tartari , metafora perfetta dell’attualità di una guerra sempre incombente nel destino degli uomini, oggi poi non meno di ieri.

È sui Monti Pallidi — come vengono chiamate le Dolomiti — che il percorso dello scrittore trova conferma passo dopo passo. «San Martino di Castrozza, settembre — Buzzati andava sulle Dolomiti in questo periodo per godere del silenzio della montagna svuotata dai turisti — È pieno settembre, la stagione probabilmente migliore per le scalate in dolomite (tranne che per certi paretoni nord che sono già un po’ freddi) ma sulle pareti non c’è un gatto. Assolutamente vuote di uomini, senza la più piccola nube, con le rocce della temperatura, le famosissime crode espongono invano al sole, in uno spettacoloso schieramento, le più classiche vie. (Corriere lombardo , 28 settembre 1946). E ancora: «Sulle pale di San Martino, dove in certi giorni d’estate pareva essere in piazza, tanto era l’andirivieni di rocciatori, quest’anno sono salite solo sette cordate. Sulle altre il bilancio non è dissimile. [...] Forse che la passione della montagna si è affievolita dopo la guerra?», (Corriere, 1946).

Ma quello che legava Buzzati a questi luoghi non era solo passione per le montagne, bensì il fascino della sfida per conquistarle, salire insomma le cime per chiarire quel mistero che tutti gli scalatori cercano nel momento della pura arrampicata. «Che cosa ci sia nel cuore degli alpinisti mentre stanno per attaccare un “sesto grado” non si potrà mai sapere con precisione. Certo il rischio del gioco è ben diverso da solito. Altro è assalire una rupe di due o 300 metri, sulla quale rimarrà sempre aperta la possibilità di ritorno; altro é penetrare nel mondo oscuro di una muraglia sconosciuta che sembra non avere mai fine», scrive sul Corriere della Sera il 6 ottobre del 1932. Buzzati non scalerà mai un sesto grado, ma diverse pareti di quinto sì, oltre a compiere ben più di un centinaio di ascensioni aprendo anche alcune nuove vie in compagnia di guide e alpinisti di questi luoghi tra cui la leggendaria guida Gabriele Franceschini, amico fraterno.

Giornalista arguto, scrittore, pittore oltre che scalatore, Buzzati non perde mai di vista le Dolomiti in un andirivieni tra Milano, città di adozione, e i suoi luoghi natii. Ammiratore di alpinisiti che hanno dato la fama a queste cime, ne descrive il gesto atletico come pochi altri sanno fare quando scrivono di alpinismo, quello eroico si intende. «Bisogna risalire agli inizi del sesto grado, diciamo al periodo dal 1925 al 1930, quando la scuola bavarese vantava un incontrastato dominio, anche sulle nostre Dolomiti. Basti pensare alla più che famosa Direttissima sulla parete nordovest della Civetta tracciata nel 1925 dalla guida Solleder in cordata con Lettenbauer. [...] Solleder attaccò la parete sulla verticale teorica calata dalla vetta e questa dirittura mantenne fino alla cima con precisione quasi geometrica. Bastava guardarla, quella fetta ciclopica di rupe, per capire che era stato compiuto qualcosa senza precedenti». Questa la descrizione di un’impresa epica cui si contrappongono le imprese dello scalatore italiano Attilio Tissi che Buzzati descrive con passione. «Tissi si improvvisò asso dell’arrampicamento, ma nessuno fu più lontano da lui nel colpo di testa, dalla temerarietà insensata, dalla smania di vincere costi quello che costi. [...] Avanzava lento, guardingo, e a prima vista poteva dare perfino l’impressione di essere in difficoltà; poi lo si vedeva venir su da orribili strapiombi senza ansimare, calmo, con un completo dominio della situazione. [...] Ma soprattutto fece sensazione la notizia che, in cordata con Giovanni Andrich, Tissi aveva ripetuto, e senza bivacco, cioé in un tempo eccezionale, la famigerata via Solleder della Civetta».

Ma perché parliamo di alpinismo «eroico», sottintendo con questo che oggi l’alpinismo sia cosa diversa? Non é certo per spirito polemico, a meno che non si guardi alle spedizioni commerciali che affliggono l’Everest e che rischiano di trasformarlo in un deposito-spazzatura. Celebre in proposito il libro di Jon Krakauer, Aria sottile , così come restano ormai nella storia dell’alpinismo i quattordici «Ottomila» scalati da Reinhold Messner senza bombole di ossigeno. Un’impresa che letta a posteriori suona come un inno al decoro della montagna, oltre che a un «eroismo» di altri tempi che lo stesso Buzzati avrebbe ammirato.

In conclusione, nel mentre due caprioli scesi dal bosco sfiorano il Tabiá, affiora in un articolo scritto nel lontano 1933 per il Corriere della Sera , tutta l’ironia dello scrittore, già allora consapevole dei rischi cui l’alpinismo moderno, quello «non eroico» delle spedizioni citate — per intenderci — sarebbe andato incontro.

«[...] Intanto le Dolomiti meditano con angoscia alle mortificazioni future, sempre più degradanti. Per trovare qualcosa di inedito gli alpinisti finiranno per tracciare sulla stessa parete diverse vie “obbligate”, secondo schemi geometrici prestabiliti, a forma di “S” per esempio, o a zigzag. [...] Infine, per rinnovare la loro palestra gli arrampicatori si vedranno costretti a bombardare le pareti, demolendo i più noti camini, le cenge troppo spesso percorse, gli spigoli battuti centinaia di volte. Nelle vetrine di articoli da montagna vedremo esposti piccoli cannoncini, colubrine e mortai per il tiro indiretto. Ogni cordata, il giorno precedente all’ascensione, si preparerà a suo piacimento la via, riempiendo le vallate di formidabili spari. Questo giustifica l’attuale sconforto delle Dolomiti».

Ma eravamo nel 1933 e oggi per fortuna non è cosi, anche se i fragori della frana del Monte Pelmo si sono sentiti in tutta la vallata, monito a non dimenticare che anche la montagna vive di sdegno per quanto l’uomo dimentichi toppo in fretta insegnamenti di questo valore.



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