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RAVELLO-Scurati: a Ravello la sintesi grandiosa fra la storia e l’incanto della natura
Corriere della Sera, 19/08/2016

«Ho avuto il personale privilegio di trascorrere ogni estate della mia vita a Ravello, di attraversarla da bambino, da adolescente, da giovane uomo e – oggi – da genitore. Ravello è per me il luogo del ritorno nel senso omerico del termine, il luogo dove è dolce tornare. La mia Itaca»: ha così inizio una lunga e intensa chiacchierata con lo scrittore Antonio Scurati. Un’intervista fatta di ricordo, passione per il meridione d’Italia, per la Costiera Amalfitana, per la bellezza del nostro Paese. Vincitore del Premio Campiello nel 2005, finalista al Premio Viareggio 2003, secondo classificato allo Strega nel 2009 e nel 2014, Scurati è uno dei più apprezzati romanzieri italiani e alcuni dei suoi titoli – da «Il sopravvissuto» a «Il bambino che sognava la fine del mondo» sino al più recente «Il tempo migliore della nostra vita» – sono oggetto di grande attenzione da parte della critica specializzata europea.
«Pur essendo cresciuto a Venezia per una buona parte della mia vita e pur essendo legato a quella città straordinaria ed estremamente intensa, penso sempre di tornare a Ravello, è un’immagine che mi accompagna sin dalle prime gite con la famiglia», racconta Scurati.
I primi contatti con questa cittadina-simbolo della Costiera Amalfitana risalgono, infatti, a quando Scurati era bambino: «Con i miei genitori e i miei fratelli andavamo ogni estate a Maiori e da lì spesso raggiungevamo Ravello. Risale a quei primi anni della mia vita l’immagine nitida di Villa Cimbrone, uno dei luoghi ravellesi a cui sono più legato. Ho avuto la fortuna, per lavoro e per interesse personale, di viaggiare molto e posso affermare che Villa Cimbrone è uno dei luoghi più belli al mondo. L’unico modo per raggiungerla è incamminarsi a piedi: quando si è lassù, è possibile incontrare il “genius loci”. È un luogo vertiginoso che riporta alla mente il racconto “Storia di un panico” di Edward Morgan Forster». Scurati fa riferimento ad un racconto firmato dall’autore di «Camera con vista» e pubblicato in Inghilterra nel 1911, nato dalla rievocazione di una passeggiata avvenuta proprio nei pressi di Ravello.
Villa Cimbrone può essere quindi considerata un luogo-sintesi di Ravello e della Divina Costiera?
«Qui si cela la quintessenza del luogo: ho visitato alcune isole del Pacifico che sono complessivamente più belle di Ravello, ma qui l’incontro tra la grandiosità della Storia e l’incanto della natura raggiunge una sintesi perfetta che non ho mai ritrovato in altri luoghi del pianeta. Questa straordinarietà si traduce anche in una responsabilità», commenta lo scrittore, che è stato negli anni scorsi tra i promotori della nascita e della costruzione dell’Auditorium di Ravello firmato dal leggendario Oscar Niemeyer, architetto brasiliano a cui è stata dedicata la struttura.
Che tipo di responsabilità è quella a cui sono «esposti» gli italiani?
«Spesso ci accontentiamo di ereditare la bellezza dei nostri luoghi, delle nostre città. Ma non possiamo più permetterci di credere che esista unicamente una forma di “eredità passiva”; non possiamo considerarci soltanto “eredi testamentari”, notai che certificano l’esistenza di un patrimonio senza lasciare alcun segno del loro passaggio. La scelta di edificare un grande auditorium come quello progettato per Ravello da Niemeyer fu dettata dal desiderio di inserirsi in un percorso di continuità con i costruttori delle antiche cattedrali. In questi giorni attraverso, a bordo della mia Vespa, la strada che costeggia l’Auditorium per raggiungere la casa dei miei genitori e ogni volta che osservo la struttura mi sanguina il cuore. Vedo un grande manufatto architettonico che si è dimostrato decrepito sin dalla sua inaugurazione, vedo un auditorium il cui utilizzo e la cui manutenzione si dimostrano ogni giorno inadeguati».
Uno dei luoghi simbolici della città di Ravello è Villa Cimbrone, come si è detto. Ma se dovesse scegliere un luogo più misterioso, maggiormente legato alla sua vita ravellese, quale sceglierebbe?
«Senza alcun dubbio sceglierei il borgo di Torello. La casa ravellese dei miei genitori si trova a San Pietro, località che sovrasta questo borgo dalla bellezza straordinaria. Lì si è sposato anche mio fratello Marco e a quel borgo sono legati moltissimi dei miei ricordi visivi della Costiera Amalfitana. È una gemma di assoluta bellezza, purtroppo circondata da terreni distrutti dall’incuria degli uomini e che meriterebbero un’attenzione più profonda e costante. In nessun punto della Costiera si manifesta la natura, ma si presenta agli occhi in forma di “paesaggio vivente”, sul quale l’uomo ha lasciato un segno permettendo alla sua vita di dialogare con il contesto naturale».
L’universo degli event planner ha progressivamente trasformato questi luoghi in una scenografia per matrimoni, feste private, convegni o raduni. Quali effetti genererà questa scelta?
«Oggi tutta questa area è scelta quasi unicamente come scenario di matrimoni o eventi, al pari di Venezia, Roma e Firenze. Il matrimonio veneziano di George Clooney ne è stato un esempio. Fatichiamo a lasciare il segno della nostra presenza: se l’Italia si riduce a scenografia per i wedding planner, il suo spirito più profondo muore. Un Paese che crede di poter prosperare unicamente su un’idea di terziario fatto di ingredienti come il “buon vivere”, il gusto, gli eventi o l’organizzazione di matrimoni è un Paese che perde di vista le sue reali possibilità. In questo senso il Sud è un organismo ancor più complesso e delicato».
Di quale scenario si fa ambasciatore il meridione oggi secondo lei?
«Il Mezzogiorno non può trasformarsi nella “terra dei rimpianti”, nel luogo delle “occasioni perdute”. La sfida prioritaria per gli statisti e per chi governa l’Italia è riscattare il Sud; i cittadini del meridione italiano devono essere esigenti, elevare le proprie soglie di aspettative. Per il bene del loro territorio. In questo momento storico - e in relazione a quest’area - il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca ha la grande possibilità di non finire schiacciato dalle questioni quotidiane. Al governatore lancio, quindi, un appello: non si accontenti di guadagnare un posto nelle cronache ma di aspirare ad un posto nella Storia del meridione. Non soltanto garantendo la manutenzione dell’Auditorium di Ravello, ad esempio, ma soprattutto puntando alla risoluzione definitiva del problema della pulizia delle acque della Costiera Amalfitana. Da mesi gli impianti di depurazione di alcuni dei principali Comuni della Costiera sono stati posti sotto sequestro: De Luca potrebbe dirigere le sue energie e la sua determinazione alla risoluzione di questo problema, avviando un piano che permetta di dotare i Comuni costieri di depuratori intelligenti e all’avanguardia, che permettano di godere di uno dei più bei luoghi d’Europa e del mondo. De Luca si occupi di ciò che noi lasceremo in eredità alle generazioni future».
Un’ultima battuta, inevitabile, va dedicata al Ravello Festival, del quale ha ricoperto l’incarico di direttore scientifico della sezione «Riflessione Culturale» nelle sue prime edizioni, a partire dal 2003.
«Il grande compositore Richard Wagner, come è noto, raggiunse Ravello a dorso di mulo e ritrovò in Vila Rufolo quel “magico giardino di Klingsor” che sarebbe stato protagonista del “Parsifal”. Trovò, dunque, in Ravello, una perfetta scenografia per il suo dramma musicale. Il Ravello Festival ha avuto l’ambizione di emanciparsi dal solo ruolo di luogo-scenario per trasformarsi in luogo di creazione culturale. Da allora, il Festival ha manifestato l’ambizione di essere stella di un ricco firmamento di eventi culturali europei, ma anche il desiderio di “intrattenere” i turisti che qui soggiornavano. Ritengo che negli ultimi anni abbia prevalso questa seconda esigenza, ma l’augurio che rivolgo agli attuali organizzatori è quello di raccogliere la sfida più difficile e accompagnare il Ravello Festival a raggiungere il suo ruolo di generatore culturale di caratura europea».



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