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Reggia di Caserta. La cultura finisce nel sacco
Antonio Fiore
Corriere del Mezzogiorno 20/8/2016

L’entità del furto (l’incasso relativo a una giornata di lavoro del bar, più due biciclette) non sembra destinata a entrare nel Guinness dei primati; tuttavia il reato merita la prima pagina per il luogo in cui è stato perpetrato. Parliamo infatti della Reggia di Caserta, dove giovedì scorso ignoti mariuoli (presumibilmente due, visto il paio di bici portate via insieme al bottino) si sono introdotti nel retro della buvette forzando il portoncino posto al termine del corridoio che parte dall’ingresso principale dell’edificio. I malviventi si sarebbero trattenuti nel parco dopo la chiusura serale dei cancelli per poi operare indisturbati visto che i vigilanti notturni (ben sette) hanno sì a disposizione ventidue monitor; ma tutti rigorosamente spenti perché le telecamere corrispondenti non sono in funzione (per lavori di restauro e manutenzione in corso, da sempre ottimo alibi per declinare ogni responsabilità). In teoria (ma, come si è visto, anche in pratica) qualunque malintenzionato può con il minimo sforzo introdursi nel cuore del monumento vanvitelliano (vanto architettonico della Campania, e uno dei siti più amati e visitati d’Italia) e sgraffignare a proprio piacimento preziosi souvenir borbonici, oppure abbandonarsi a estemporanei atti di vandalismo.

Che la ex dimora reale e il suo incantevole parco fossero da sempre luoghi, come dire, ad alta permeabilità (chi non ricorda l’episodio delle chiavi consegnate dall’ex Prefetto di Caserta all’ex deputato forzista Cosentino, desideroso di praticare jogging serale nel verde?) era cosa nota; ma che un bene inestimabile sia a tutt’oggi alla mercé di ogni abuso deve far necessariamente suonare un assordante campanello d’allarme.

La riforma voluta al ministro dei Beni culturali Franceschini – al di là delle pur vitali polemiche tra gli entusiasti sostenitori della «valorizzazione» e gli strenui difensori della «tutela» – va infatti modulata con estrema cautela nelle differenti realtà locali: non bastano una generica esigenza di sburocratizzazione e la presunta capacità «imprenditoriale» di direttori-manager per fare d’emblée del patrimonio culturale campano un formidabile volano economico. E’ invece assolutamente propedeutico a qualsiasi progetto virtuoso un sistema di sicurezza che garantisca insieme massima fruibilità e massima inviolabilità: senza il quale investimenti pubblici milionari e munifici sponsor privati non produrrebbero altro che momentaneo clamore mediatico. E (ciò che è peggio) il rischio che si compia definitivamente quello che un grande storico dell’arte come Salvatore Settis in Italia S.p.A. denunciò già un decennio fa come «l’assalto al patrimonio culturale». A telecamere spente.



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