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Milano. La città che sale senza nostalgia
Andrea Kerbaker
Corriere della Sera - Milano 22/8/2016

Qualunque artista di buon senso sa che, se si vuole godere di ricordi postumi, è opportuno evitare di nascere o morire a metà agosto, periodo tradizionalmente distratto. Avvertenza ignorata da Umberto Boccioni, pittore e scultore futurista di prim’ordine, prematuramente morto a 32 anni il 17 agosto del 1916, centenario coperto in questi giorni da un certo silenzio. Peccato veniale, almeno qui a Milano, dove all’artista è stata appena dedicata un’ampia mostra a Palazzo Reale; ma il ricordo puntuale è doveroso.

Boccioni non era milanese, ma a Milano ha avuto il fondamentale incontro con il fondatore del movimento futurista, Filippo Tommaso Marinetti, e da allora le ha dedicato le migliori energie, riprendendola in quadri meritatamente famosi, come la visionaria «Città che sale», oggi al MOMA di New York, o le «Officine a Porta Romana», replicate in diverse versioni. Erano i primi anni del secolo scorso, e Boccioni, con gli altri futuristi, dipingeva le aspettative che covavano in quella metropoli in divenire e nelle sue attività: quelle della cerchia urbana che si espandeva, nel brulicare del lavoro e dei rumori, che quegli artisti riassumevano nel culto della velocità. Non era solo un tema cittadino, anzi: quella Milano artistica era così rappresentativa del mondo che il movimento futurista, nelle sue idee un po’ confuse ma sicuramente innovative, ha avuto ampia risonanza all’estero — dalla Francia alla Russia, al Sudamerica — fenomeno raro per la cultura italiana dei tempi recenti. Merito del fondatore, l’inesauribile Marinetti, ma anche di un gruppo di artisti che, insieme a Boccioni, poteva contare su talenti come Carlo Carrà o Giacomo Balla, tutti ambasciatori convinti della città che saliva.

Sale anche oggi quella Milano, e lo fa prevalentemente bene, nelle sue forme nuove di tanti quartieri che la migliore architettura contemporanea va ridisegnando. Se Boccioni potesse guardarla ora, la apprezzerebbe; probabilmente sarebbe invece deluso dalla presente stasi artistica, così lontana dalla vivacità dei suoi tempi. Nostalgia? Mica tanto: difficile dimenticare la retorica bellicistica dei futuristi, la loro esaltazione di schiaffi e pugni, quelli che Boccioni ritrasse in un suo altro quadro celebre, la «Rissa in Galleria», e che condussero gran parte del movimento prima all’interventismo nella grande guerra e poi all’adesione al fascismo. Peccato, però: è come se l’instabilità sociale fosse una condizione necessaria per avere momenti di creatività artistica fuori dal comune.



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