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Distrusse i mausolei a Timbuctù. Storico processo all’Aia
Michele Farina
Corriere della Sera 23/8/2016

Al banco degli imputati in giacca e cravatta, pentito: «Non ha portato alcun bene all’umanità»

Ci voleva l’oscuro Ahmad al Mahdi, il picconatore di Timbuctù, per ridare un po’ di lustro (e di senso) alla Corte penale internazionale. Per la prima volta un imputato (jihadista) si dichiara colpevole e chiede scusa. Per la prima volta l’accusa di crimini di guerra riguarda la distruzione di monumenti religiosi. Un patrimonio dell’umanità. Pietre, non persone. I mausolei di Timbuctù come i templi di Palmira, come i Buddha di Bamyan, come gli antichi grattacieli di Sana’a.

Sul banco degli imputati, un anonimo maestro quarantenne. Nei suoi 14 anni di vita l’Icc (International criminal court) ha contato più sconfitte che successi. I pesci grossi si fanno beffe della sua autorità (pur supportata da 124 Paesi nel mondo): il ricercato numero uno, il presidente sudanese Bashir, gira indisturbato dall’Africa alla Cina nonostante il mandato di cattura per crimini contro l’umanità. Di fronte alle migliaia di morti del Darfur, le vittime del picconatore di Timbuctù sembrano poca cosa: nove mausolei islamici e un’antica moschea, che l’ex maestro di scuola ordinò di distruggere durante l’occupazione jihadista della Firenze del deserto, tra il 2012 e il 2013, prima che l’intervento armato francese ricacciasse l’invasione che minacciava di occupare tutto il Mali con la nascita di un Califfato nel cuore del Sahara.

Fu Mahdi, kalashnikov in spalla e turbante bianco da aspirante emiro, a ideare e dirigere di persona la distruzione (filmata) delle tombe di alcuni dei 333 santi per cui Timbuctù è conosciuta. Nelle parole del procuratore dell’Icc Fatou Bensouda, «il nostro patrimonio culturale non è un bene di lusso. Dobbiamo proteggerlo. Se falliremo, la Storia ci condannerà».

Intanto viene condannato il jihadista in giacca e cravatta. Ieri all’apertura del processo, nell’aula del tribunale dell’Aia in Olanda, l’esponente di Ansar Dine (affiliato ad Al Qaeda) si è dichiarato colpevole e pentito. La difesa avrebbe ottenuto una pena intorno ai 10 anni di carcere (rispetto al massimo previsto di 30). Il processo si chiuderà nel giro di una settimana per questo strano «Jihadi John» al contrario: vestito grigio all’occidentale, occhialini e capelli lunghi tirati all’indietro, sorrisi e mea culpa, Mahdi non ha nulla dell’iconografia che caratterizza il combattente negli spot dei gruppi integralisti. Della sua storia non si sa molto. Ma le tappe della sua radicalizzazione sono indicative. Il picconatore di mausolei ha studiato Diritto islamico in Libia, in una scuola sponsorizzata dai sauditi, prima di tornare nella tollerante Timbuctù e approfittare dell’arrivo dei miliziani di Al Qaeda.

Rispondendo al pubblico ministero che lo incalzava, l’imputato ha ribadito il fondamento ideologico delle sue gesta. «Secondo gli insegnamenti dell’Islam, le tombe non dovrebbero essere più alte di pochi centimetri». Ma allora se tornasse libero rifarebbe quello che ha fatto, distruggendo altri monumenti? «No — ha risposto lui — da un punto di vista legale e politico, la tua azione non può causare più danni dei benefici prodotti». Alla fine del suo intervento, Mahdi ha lanciato un appello a tutti i musulmani nel mondo: «Nessuno dovrebbe fare quello che ho fatto io. Perché ciò non porta alcun bene all’umanità».

Dove sarebbe ora, il picconatore, se i francesi non avessero riconquistato Timbuctù nella prima metà del 2013. Se non fosse stato successivamente catturato nell’attacco a un convoglio jihadista che portava armi dalla Libia, lungo una pista nel deserto del Niger. Sarebbe ancora a capo della squadra anti vizio della sua città? Le associazioni per i diritti umani avrebbero voluto che Mahdi fosse processato anche per questo — diciamo così — «secondo lavoro»: il suo gruppo sarebbe complice delle violenze, donne costrette a sposare i jihadisti, ragazze usate come schiave dai «foreign fighters» durante l’occupazione. Dopo i mausolei, le persone?



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