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Procida. Fu reggia e penitenziario. Ora Terra Murata spalanca le sue porte
Natascia Festa
Corriere del Mezzogiorno 25/8/2016

Un dente di tufo cariato e incastonato nel mare. L’ex carcere di Procida, chiuso nel 1988, riaprirà a settembre con un percorso turistico. Passato dal demanio al Comune nel 2013, grazie a un Programma di valorizzazione aspira a diventare sito per cultura, arte e l’agricoltura. Nel Cinquecento, quando fu fondato come palazzo d’Avalos, i suoi ventimila metri quadrati di «tenimento» erano un giardino delle meraviglie che abitò anche Carlo III.

Le sbarre tagliate nei finestroni a picco sul mare sembrano denti mozzi su ossa lacere. Tutto è ferita nell’ex bagno penale di Procida: i muri innervati di crepe, il cortile cinquecentesco che a furia di tamponature ha smarrito la memoria rinascimentale; le celle stratificate di lutto e illuminate manzonianamente da feritoie; le brande arrugginite, le catene spezzate, le celle di contenimento... Solo un anno fa l’ex carcere di Terra Murata, passato dal demanio al Comune di Procida nel 2013, era un luogo inaccessibile e non solo perché ne era giustamente vietato l’ingresso. Se si provava improvvidamente a scavalcare qualche muro come non si deve fare, erano i rovi e le macerie ad impedirne l’accesso. La «nouvelle vague» dell’amministrazione procidana guidata da Dino Ambrosino da poco più di un anno ha creato un delega ad hoc, la delega a Terra Murata appunto, assegnata all’assessore Antonio Carannante che, dopo un intervento di messa in sicurezza, armeggiando tra chiavi e chiavistelli dell’ex prigione borbonica, assicura l’apertura al pubblico - entro il 10 settembre prossimo - di un percorso che il Corriere del Mezzogiorno attraversa in anteprima. Lesene e archi di piperno fanno scorgere le tracce della prima fondazione come palazzo nobiliare voluto da Innico d’Avalos, figlio di Alfonso e Maria d’Aragona, feudatari di Procida. Una magione rinascimentale con ventimila metri quadrati di terreno agricolo e un giardino delle meraviglie che dovette far gola alla corona borbonica quando, su istanza dei creditori, il bene fu sequestrato dal Regio fisco nel 1730. E infatti Carlo III, come scrive la storica Franca Assante in La regina delle galere , «prima ancora che il passaggio si formalizzasse, incaricò l’ingegnere Agostino Caputo di redigere il progetto di ristrutturazione» per trasformarlo in reggia destinata alla villeggiatura e alla «caccetta» dei conigli, con un ponte sulla spiaggia di Fumo per rendere sicuro lo sbarco dalla «feluca grande». Altri lavori furono eseguiti nel 1769 sotto la direzione di Ferdinando Fuga e nel 1802 da Carlo Vanvitelli, tanto per certificare il blasone architettonico del bene se ve ne fosse bisogno. Il rigore militare prese il posto del piacere regale prima nel periodo francese (con decreto di Carolina Reggente) poi con la restaurazione borbonica. Fu, infine, Francesco I a trasformare i corpi di fabbrica di Terra Murata in penitenziario per i detenuti delle prigioni della capitale già allora sovraffollate. Guardando sulla spiaggetta d’approdo attraverso la griglia delle sbarre, sembra sentire ancora le voci delle mogli dei carcerati che su gozzetti raggiungevano l’isola per intonare «fronne ‘e limone» in versione marinara.

La ferita tufacea aperta sotto il cielo di Procida ha appena iniziato il suo processo di cicatrizzazione con un piccolo intervento di messa in sicurezza finanziato dal Fondo per lo sviluppo delle isole minori ed è quello che consente questi primi stupefatti passi nella cattedrale incastonata nel mare: «Per i fondi disponibili dal 2014 - dice l’assessore Carannante - mancava la gara. Così abbiamo velocizzato i tempi aggiudicando i lavori e la consegna del cantiere è avvenuta a luglio scorso. A giugno abbiamo bandito una manifestazione d’interesse per la gestione delle visite guidate anche in lingua straniera. Hanno aderito ben quattro associazioni procidane». Le prime visite dovrebbero fare da preludio a un convegno in programma il 16 settembre, nell’ex chiesa di Santa Margherita, intitolato «L’isola di Procida: la rinascita sostenibile e l’economia della bellezza. Palazzo d’Avalos: un progetto pilota per valorizzare il patrimonio storico e culturale» che metterà insieme istituzioni, università (i rettori Lucio D’Alessandro del Suor Orsola Benincasa ed Elda Morlicchio dell’Orientale) soprintendenze, il Museo Madre, Enea, bio-distretti, operatori turistici e cittadini. Il punto di partenza è una visione complessiva e auspicabile contenuta nel Programma di valorizzazione del complesso dell’ex carcere in Terra Murata, firmato dall’architetto Rosalba Iodice, per la parte economica da Enzo Peruffo e per il Comune dall’ex sindaco Vincenzo Capezzuto. Una quarantina di pagine scaricabili da internet che disegnano un futuro da grande attrattore, senza grandeur ma con capillare e intelligente rilettura dei luoghi da destinare a un turismo destagionalizzato con residenze artistiche, scuole di alta formazione e orti: insomma cultura e lavoro. Perché la ferita si ricuce così, a partire dal filo tessuto dai telai dei carcerati negli opifici che certifica il certosino passare delle ore di «rieducazione». Le vedrete raggomitolate nei rocchetti ammassati in una cella al pian terreno, e più avanti nelle balle di divise, scarpe e berretti: installazioni d’arte senza mano d’artista.

E poi ci sono le storie della «galera massima», un altro giacimento da ritessere. Alcune le racconta Giacomo Retaggio, medico del carcere per alcuni decenni e fino alla chiusura avvenuta nel 1988. Come quella di «Loigino» Giuliano che voleva essere trasferito al Cardarelli e non ci riusciva. «Allora mi metto in coma» minacciò e per giorni restò immobile senza nutrirsi. Retaggio fu costretto a certificarne il trasferimento. A quel punto, gli occhi di ghiaccio del boss si aprirono e lo fissarono: «Grazie dotto’».



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