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Censimento e «catene», la spesa possibile per salvare i centri storici
Sergio Rizzo
Corriere della Sera 26/8/2016

La maledizione è la memoria corta. «Tutte le volte si ricomincia daccapo. Dopo ogni terremoto ripartiamo da zero, dimenticando tutto quello che è stato fatto prima», dice Roberto Di Vincenzo, il coordinatore del progetto Officina L’Aquila. Nel Paese più fragile e prezioso d’Europa mancano perfino i fondamentali. Non sappiamo quante case sono in quei bellissimi centri medievali aggrappati sulle colline dell’Appennino. Né conosciamo le condizioni reali di quel patrimonio immenso, a cominciare dagli edifici che verrebbero giù al primo starnuto. I catasti sono inaffidabili. I fascicoli di fabbricato, ancora purtroppo una chimera.

Il primo passo dev’essere dunque colmare questa micidiale lacuna. Ricostruire la memoria perduta, con un censimento serio e approfondito delle abitazioni, degli edifici che hanno un valore storico artistico, degli immobili pubblici. Darà fastidio, statene certi. Verrebbero fuori tantissime magagne. Si scoprirebbe per esempio che la maggior parte degli edifici pubblici non sono a norma e magari non rispettano neppure le normative antisismiche pur essendo in zone dove il rischio del terremoto è incombente. Ospedali, scuole, municipi. Pure caserme dei carabinieri che occupano stabili presi in affitto da privati, senza che siano state verificate, c’è da supporre, le condizioni statiche. Nel 2007, dieci anni dopo il terremoto che ha sconvolto alcune aree interne di Marche e Umbria, l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso parlò pubblicamente di almeno quindicimila scuole a rischio sismico. E i crolli di edifici sono una costante in tutti i terremoti registrati negli ultimi quarant’anni. Ora si apprende che la messa a norma degli immobili pubblici è prevista da un’ordinanza governativa del 2004. Una semplice ordinanza, rimasta praticamente lettera morta.

Salterebbero fuori milioni di abusi. E verrebbero alla luce anche le pesanti responsabilità dei politici autori di piani regolatori sconsiderati dettati solo da interessi affaristici o elettorali. Al tempo stesso risulterebbe impossibile occultare i lavori di ristrutturazione fatti con i piedi, capaci paradossalmente di peggiorare la resistenza alle scosse. Ma un censimento è l’unica cosa da fare, e subito, se davvero vogliamo evitare un’altra Amatrice.

La mappatura del territorio a rischio è rimasta sempre lettera morta. L’aveva invano proposta già nel 1993 l’urbanista e deputato ambientalista Sauro Turroni, che fra le tante cose era stato anche per nove mesi consulente di Bertolaso per il terremoto dell’Aquila. Ieri lui ha scritto una lettera aperta a Matteo Renzi proponendo di «mettere in catene» i nostri centri storici a rischio per difenderli dai terremoti. Intervenire in modo «leggero» su 513 milioni di metri cubi costruiti prima del 1945 potrebbe costare al massimo, dice Turroni, quattro miliardi e mezzo.

Una cifra analoga a quella impegnata finora per la ricostruzione degli edifici privati a L’Aquila. E proprio dal capoluogo abruzzese, se vogliamo rompere con un passato di memoria corta, si deve partire. La ricostruzione qui è rimasta ferma per più di cinque anni, con l’ufficio speciale sommerso da una marea sterminata di pratiche, ognuna delle quali riguardava una singola abitazione. Finché c’è stata la svolta degli aggregati, che era stata anch’essa proposta da Turroni in uno schema di ordinanza messo a punto nei primi mesi del dopo terremoto. Si è cioè stabilito che la ricostruzione privata dovesse procedere per blocchi interi dove gli edifici sono collegati strutturalmente, affidati con gara a una singola impresa, essendo tutti i proprietari d’accordo e consorziati. L’operazione ha permesso di trasformare l’Aquila nel cantiere di consolidamento antisismico più grande del mondo. Per giunta su edifici storici. Sulla città svettano 114 gru, con 583 cantieri aperti di cui 227 nel centro urbano. In poco tempo sono stati innescati interventi sull’edilizia privata per 4 miliardi 377 milioni, con un risparmio di 473 milioni rispetto alla spesa prevista, grazie anche alle economie di scala garantite dall’intervento su interi aggregati urbani. Pezzi di città, per capirci, considerati alla stregua di condomini. L’esperienza dell’Aquila dimostra che procedendo così, e con le tecniche modernissime e i materiali ormai a disposizione, si possono mettere immobili antichi nelle condizioni di resistere a forti terremoti con un costo che oscilla fra 1.000 e 2.000 euro al metro quadrato. Il prezzo della ristrutturazione di una casa normale.

La domanda è se il modello aquilano degli aggregati non si possa applicare anche ad altri centri storici a rischio, ma prima che abitazioni e chiese del Quattrocento (e anche ospedali e caserme) vengano giù. A costi economici e umani, ovviamente, assai inferiori. Il problema sono però sempre i soldi che mancano, anche se un simile piano straordinario di messa in sicurezza dei borghi e dei centri storici, partendo dalla dorsale appenninica, potrebbe essere finanziato attingendo ai fondi europei.

Perché dunque non provarci? O è meglio aspettare il conto del prossimo terremoto, magari tornando alle care pratiche individuali, casa per casa, che alimentano il vecchio rassicurante sistema clientelare dove tutti lucrano, dal geometra al proprietario? Magari con qualche imprenditore che di notte ride nel letto pensando ai quattrini che si possono fare con un terremoto? La verità è che si finirebbe per mettere in seria crisi quella definita da Turroni nella lettera a Renzi l’«industria delle catastrofi» che fa girare un sacco di soldi. Li fa girare nei puntellamenti degli edifici con i tubi innocenti, affittati a 25 euro per ogni «snodo» come a L’Aquila: e più i muri restano puntellati e le facciate dei palazzi ingabbiate, più denari girano. Li fa girare negli appalti. E nelle cose che non c’entrano un fico secco, come la «ripresa produttiva del Molise» dopo il terremoto del 2002 finanziata con 454 milioni pubblici. Pensate: 1.458 euro per ogni molisano.



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