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Trento. Poste, palazzo da tutelare
Michele Anderle
Corriere del Trentino 28/8/2016

Il palazzo delle Poste centrali di Trento non va alienato. In ballo c’è la storia di una struttura che va tutelata. L’accordo con i privati racchiude la mancanza di progettualità.

Approfittando come al solito del periodo estivo, l’amministrazione cittadina tenta di sdoganare, evitando ogni inciampo, un accordo fra pubblico e privato per la riqualificazione del palazzo delle Poste di Trento. L’operazione presenta non pochi aspetti contradditori e, come già sta accadendo per la sede storica del Municipio in via Belenzani, comporterà la dismissione e la perdita di un «patrimonio culturale» appartenente all’intera comunità civile. In questo momento il palazzo, che appartiene alla società «Europa gestioni immobiliari Spa», è gravato da un vincolo che lo destina a un «uso pubblico di interesse urbano». L’intento del Comune è di giungere, con una variante al piano regolatore generale, a un utilizzo commerciale e privato.

Tale modifica apparentemente innocua provocherà di fatto l’immediata lievitazione del valore di mercato dell’immobile, il cui costo di acquisto escluderà la possibilità da parte dell’ente pubblico di esercitare il diritto di prelazione e garantire la continuità della fruizione pubblica che gli è propria. In secondo luogo, la variante al Prg comporterà un’ulteriore privatizzazione del bene immobiliare, soprattutto per quello che riguarderà la parte residenziale, causando una tale frammentazione della proprietà dell’edificio, da renderne impossibile in futuro ogni possibilità di riaccorpamento. Infine, non bisogna dimenticare che i lavori necessari si riveleranno talmente devastanti e invasivi, da compromettere pesantemente l’integrità e la sopravvivenza del bene culturale stesso.

Perché dunque l’amministrazione pubblica agisce contro i propri interessi e contro quelli della comunità che essa ha il dovere di rappresentare? Perché viene di fatto svenduto e distrutto un bene progettato e destinato a uffici e in quanto tale funzionale proprio a una destinazione eminentemente pubblica? Perché i nostri amministratori manifestano una tale povertà culturale e una mancanza di progettualità sulla città, da preferire la dismissione di un bene appartenente al patrimonio della collettività, piuttosto che impegnarsi nella ricerca di soluzioni che siano funzionali e nello stesso tempo rispettose del ruolo simbolico che il bene culturale pubblico esercita nei confronti di una comunità?

Come ebbe modo di scrivere l’archeol ogo calabrese Salvatore Settis in una lunga riflessione dedicata alla storia della legislazione italiana in materia di conservazione del patrimonio culturale, la sua funzione «oscilla in continuo tra quella di deposito passivo della memoria storica e dell’identità culturale e quella, opposta, di potente stimolo per la creatività del presente e la costruzione del futuro». La risposta a tali quesiti non può essere affrontata esclusivamente nell’ambito del presente ma deve ricercarsi legittimamente nel ruolo della storia. Ancora Settis afferma: «La storia può dimostrare come il patrimonio culturale non sia un inutile fardello che ci trasciniamo da secoli in mancanza di nozioni economiche e politiche, ma come al contrario partecipi alla cosciente elaborazione di una strategia sociale destinata a formare e rafforzare l’identità culturale, i legami di solidarietà, il senso di appartenenza che sono condizioni necessarie di ogni società strutturata».

Questo ruolo etico e morale appare ancora più evidente in presenza di beni destinati fin dalla loro origine a una fruizione pubblica. In virtù del ruolo fondamentale che esercitano all’interno della comunità, essi non devono essere alienati, perché rappresentano la memoria storica, il legame del presente con il passato e il futuro. Non sono sufficienti a giustificare tale operazione neppure le resistenze legate al problema dei costi per il loro mantenimento e la loro conservazione, dando per scontato che essi rappresentino sempre e unicamente un aggravio per i bilanci delle amministrazioni. La vendita da parte dell’Arcidiocesi di Trento della colonia al Calambrone (forse il capolavoro di Angiolo Mazzoni), oltre a privare la comunità trentina di una preziosa e importantissima architettura futurista, ha provocato la cancellazione irreparabile del senso e del ruolo più profondo che l’edificio ha rappresentato nella storia per migliaia di bambini che lo hanno vissuto e amato. Uno strappo profondo che ferisce l’anima. Così per il palazzo delle Poste, mirabile opera dello stesso architetto bolognese. Il contesto appare delicato, le scelte progettuali di Mazzoni talmente calibrate da rendere impensabile qualsiasi modifica, che non sia il restauro e il ripristino della spazialità originaria. Qualsiasi intervento, suggerito dal previsto cambio di destinazione d’uso, risulterebbe talmente stravolgente, da mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa del geniale progetto mazzoniano, che ne risulterebbe svilito a annientato. Ma come nel caso della colonia al Calambrone, la ferita più grave sarebbe rappresentata proprio la perdita dell’identità pubblica dell’opera. Quello che impensierisce e spaventa è che ciò avvenga nel più totale disinteresse dei cittadini, degli Ordini professionali, degli ambienti culturali. Un solo grande silenzio, che testimonia quanto la crisi che stiamo attraversando sia profonda e tragica, quanto l’ignoranza e la regressione abbiano fatto prevalere l’incultura e l’indifferenza. Una città che no n sappia più riconoscere i propri valori e difendere il proprio patrimonio culturale è una città senz’anima, in totale rovina, che si va progressivamente disfacendo.



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