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Dalla violenza iconoclasta alla forza di ricostruire
Salvatore Settis
Repubblica, 28 Agosto 2016

«Qui tutte le chiese sono piene di sordide, maledette e menzognere immagini, ma tutti le venerano. Perciò le sto distruggendo una per una da solo, con le mie mani, per combattere la superstizione e l’eresia». La scena è Torino, e chi parla non è un estremista islamico ma Claudio, irriducibile campione di un’iconoclastia militante, che di Torino fu vescovo per dodici anni (dall’816 all’828).

Secondo il suo contemporaneo Giona di Orléans, Claudio, «acceso da zelo sconfinato e senza freni, devastò e abbatté in tutte le chiese della diocesi non solo i dipinti di storia sacra, ma perfino tutte le croci», deridendo gli avversari: «Cristo fu sulla croce per sei ore, e dobbiamo venerare tutte le croci? Non dovremmo allora venerare anche le mangiatoie, dato che fu in una mangiatoia, le barche perché in barca fu spesso, gli asini perché su un asino entrò a Gerusalemme, i rovi perché di rovo era la corona di spine, le lance perché una lancia gli fu confitta nel costato?»

Troppo spesso consideriamo l’iconoclastia un corpo estraneo rispetto alla cultura “occidentale”, attribuendola in esclusiva all’Islam, o semmai a una fase della storia religiosa di Bisanzio. Ma non meno spietata, e più vicina a noi, fu l’iconoclastia protestante, lanciata a Zurigo nel 1523 e poi diffusa in tutti i Paesi a nord delle Alpi. Al British Iconoclasm la Tate Gallery dedicò nel 2013 una mostra importante, e con egual forza il fanatismo di Claudio di Torino ci obbliga a guardare anche l’iconoclasta che è in noi. Eppure, da Bamiyan a Timbuctu, l’iconoclastia vista dall’Europa sembra dover portare un solo marchio di fabbrica, quello dell’Islam.

Gli stessi autori di queste devastazioni fanno di tutto per accreditare la radice teologico- religiosa della loro furia demolitrice, presentata come ossequio ai precetti del Corano. Se accettiamo questa versione dei fatti, la conseguenza è uno scontro di civiltà, in cui chiunque contrasti le distruzioni — anche se rigorosamente ateo — viene bollato come “crociato”.

Il solo antidoto a questo veleno è riconoscere e denunciare la natura strettamente politica dell’iconoclastia del nostro tempo. Ma anche la radice, egualmente politica, della tutela della memoria culturale. Ricordiamo: la distruzione dei giganteschi Buddha gemelli di Bamiyan (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo.

In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo.

Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. Creano e diffondono accanitamente una neo-idolatria, una iconizzazione di sé che richiede l’intenso uso dei media: 45mila accounts Twitter di militanti Is secondo Stern e Berger ( ISIS: the State of Terror, 2015). Il loro è calcolo politico, esattamente come quando si abbatterono le statue di Mussolini o di Stalin: chi atterra le immagini vuol farsi vedere mentre lo fa perché mostra i muscoli, trasmette un messaggio di intransigenza e di forza ostinate, spedito al mondo da un palcoscenico creato ad hoc. Eppure, fra chi elogiò i primi tentativi di distruggere i Buddha di Bamiyan nel Settecento si conta Goethe: l’insofferenza protestante per le immagini di culto s’incontrava in lui con l’iconofobia ricorrente nella cultura islamica.

Ma c’è oggi un’altra iconoclastia, che non ha religione né confini. Non ostenta se stessa, ma nemmeno si nasconde, perché conta su una naturale complicità “globale”. Alla Mecca vige il divieto di ingresso ai non mussulmani, ma negli ultimi anni la città si è trasformata in una vera e propria Las Vegas saudita (lo scrive Ziauddin Sardar, Mecca. The Sacred City, 2015). Il re porta il titolo di “Custode delle Sacre Moschee”, ma lo interpreta promuovendo la distruzione sistematica di preziosi edifici storici in favore di centri commerciali. Per citare solo qualche esempio fra tanti, è stata abbattuta la moschea di Bilal, del tempo di Maometto; la gigantesca fortezza ottomana di Aiyad (sec. XVIII) è stata rasa al suolo nel 2002 e sostituita dal Mecca Royal Clock Tower, un complesso alberghiero di lusso con al centro un grattacielo alto 601 metri, copia ingigantita del Big Ben, che ormai sovrasta i luoghi più sacri dell’Islam.

Cambiamo scenario: a Mosca si è combattuto duramente fra chi voleva salvaguardare Dom Stroyburo, edificio- simbolo del costruttivismo russo, opera di Arkady Langman (1928), e chi voleva distruggerlo per una speculazione edilizia. Nonostante fosse sottoposto a tutela architettonica, l’edificio è stato abbattuto illegalmente di notte nel marzo 2015, a quel che pare da membri della mafia locale, che durante la demolizione urlavano derisoriamente “Allah è grande!”. L’invocazione religiosa degli estremisti islamici diventava così un blasfemo sberleffo di criminali comuni, in una capitale europea.

Una stessa iconoclastia, in nome del mercato, è all’opera alla Mecca e a Mosca, ma anche intorno a noi. È il degrado che colpisce il patrimonio culturale, l’invasione dei paesaggi svenduti alla speculazione edilizia, l’inquinamento dell’ambiente, l’abbandono di chiese e monumenti storici, l’installarsi di malsane discariche anche nelle più preziose aree agricole, la colpevole retorica di uno “sviluppo” che calpesta la storia in nome dell’economia, la monocultura del turismo che svuota le città, l’esilio della cultura ai margini della società.

La nostra sensibilità collettiva si accende di indignazione davanti ad efferate distruzioni di beni monumentali, ma non quando devastazioni di eguale violenza vengono compiute da noi stessi, contro la dignità e la vita stessa dei cittadini. Questo non si chiama “terrorismo”, ma produce effetti non meno devastanti. Perciò è importante ricordare a noi stessi che la tutela dell’ambiente, del paesaggio, del patrimonio culturale ha una radice squisitamente politica. Si collega (lo dice la Costituzione) all’orizzonte dei nostri diritti. È il sale della democrazia. Anche davanti a distruzioni severe e incontrollabili (una guerra, un terremoto) è dalla capacità di salvare e ricostruire il patrimonio monumentale che si misura la forza, o la debolezza, di un Paese. Le promesse fatte dal governo in questi giorni vanno nella direzione giusta: speriamo di poterne confermare il giudizio da qui a un anno.



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