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Identità storica da conservare
Pierluigi Panza
Corriere della Sera - Milano 29/8/2016

Tra non molte generazioni i documenti custoditi negli archivi di tutto il mondo risulteranno digitalizzati e dai nostri device si potranno svolgere ricerche per parole chiave. Inserirai «Bramante» e ti usciranno i documenti dov’è citato l’architetto, consulterai le mappe catastali per vedere cosa c’era al posto della tua casa nel ‘700, dai registri delle anime risalirai agli antenati e sfogliando gli atti delle magistrature si rivivranno processi. Magari, questi documenti saranno anche tradotti o trascritti, consentendo a chi non mastica paleografia e diplomatica di leggerli. In alcuni casi ciò già avviene: recentemente ho consultato la corrispondenza di Leopoldo III di Anhalt (XVIII secolo) digitalizzata dal Landesarchiv Sachsen-Anhalt e disponibile in internet senza andare a Dessau: un bel risparmio di tempo e soldi. Ma anche un bel «ciao, ciao» al primo compito dello storico: la faticosa e polverosa ricerca dei documenti, che sono poi da interpretare e narrare.

Un rischio, quest’ultimo, che gli studiosi milanesi (e italiani) non corrono visto che qui soldi non ce ne sono nemmeno per far funzionare le case di queste montagne di carta da custodire e mettere a disposizione degli studiosi. Perché conservarle? Il motivo è che quei fogli sono le fonti sulle quali si costruisce la storia, ovvero l’«identità».

L’archivio di Stato di Milano (via Senato, ex collegio elvetico) viene sostanzialmente costituito in epoca asburgica, con il deposito dei documenti della signoria Sforzesca e degli Atti di governo spagnoli e austriaci, oltre a quelli delle magistrature, notarili, diplomatici e altro. L’archivio lamenta assenze di personale, ma in Italia oggi ci sono soldi solo per 80 nuovi archivisti banditi a concorso. Un errore è stato non sostituire la Leva obbligatoria con un servizio civile, che poteva prevedere il distaccamento di giovani in queste strutture. La Sala di consultazione dell’archivio, però, è stata da non molto rinnovata mentre in corridoio sono rimasti i vecchi armadi dove gli studiosi depositano i faldoni. È rimasta anche qualche vecchia abitudine degli archivi: orari dopo i quali non puoi chiedere altri documenti e fotografie degli stessi che si possono fare da soli, ma poi devi pagarle in cancelleria con orari tagliola. Tuttavia, funziona meglio dell’archivio di Stato di Roma: a Milano, un faldone lo aspetti meno di un’ora. Purtroppo, lo scarso personale porta ad avere poca o nulla possibilità di confrontarsi con un archivista. E orientarsi da soli nelle ricerche in un archivio non è cosa semplice.



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