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Un risanamento da non rinviare Fa bene all’Italia
di BRUNO MANFELLOTTO
27 agosto 2016 IL TIRRENO

Raccontano le cronache che nel 1688 un piccolo paese del Sannio, a settanta chilometri da Napoli, in pieno territorio borbonico, fu completamente raso al suolo da un terremoto. Allora il conte Carafa, signore del feudo, chiese aiuto agli architetti dello Stato Pontificio per la ricostruzione del borgo. Dopo un esame attento, i tecnici papalini stilarono un rigoroso vademecum basato su un principio tanto semplice quanto preciso: uso di pietre squadrate, travi in pietra sopra gli stipiti di ogni porta o finestra. Dopo tre secoli, Cerreto Sannita è ancora come fu ricostruita allora, dopo aver resistito a decine si scosse. Nel centro storico di Amatrice, invece, non sono mai arrivati gli architetti del Papa, né si è costruito o ristrutturato tenendo a mente quei principi basilari: dalle macerie emergono materiale di scarto e pietre di bassa qualità. Povere case destinate a crollare. Del resto, dopo il sisma del 2009 si è scoperto che il cemento armato utilizzato all'Aquila in realtà armato non era. Così come si è saputo che dopo il 2009 la Regione Lazio aveva stanziato un miliardo di euro per mettere in sicurezza i comuni più a rischio, e Amatrice naturalmente era tra questi, ma che nemmeno un centesimo vi è arrivato per colpa della burocrazia e di normative troppo stringenti che consentivano di accedere ai fondi solo ai residenti e non ai proprietari di seconde case, la maggioranza. A ogni tragica scossa scopriamo imperizia, burocrazia, denari volatilizzati. E potremmo continuare con la triste litania di ciò che poteva essere fatto e non è stato. Ma recriminare serve a poco. Non è un caso che in questi giorni i massimi geologi - Mario Tozzi, Carlo Meletti - abbiano citato Cerreto Sannita: qualcosa si può fare, e subito. E sappiamo bene anche dove, visto che giornali e tv rimandano quella mappa dell'Italia dove ogni colore rosso o viola indica i luoghi a maggiore rischio. Si sa tutto, ma non sempre ci si comporta di conseguenza, anzi. In queste ore Matteo Renzi ha parlato di "Casa Italia", un grande progetto il cui scopo è ricostruire o mettere in sicurezza edifici che crollerebbero - o sono crollati - alla prima scossa di terremoto. Lo slogan è ben trovato, l'idea è quella giusta, e sarebbe bello che, dopo tante morti, macerie fumanti e parole al vento, il piano si concretizzasse. Per molte ragioni. Una di queste è che una grande operazione pubblica per il risanamento costituirebbe anche un aiuto formidabile al Paese per farlo uscire dalla stagnazione, molto più efficace di qualunque investimento per infrastrutture, forse elettoralmente (e affaristicamente) più conveniente, ma che non incide nel profondo del tessuto urbano, sociale, economico come potrebbe un piano per il rifacimento di quartieri e centri storici: significherebbe lavoro, occupazione, risparmio energetico grazie alle nuove tecniche di costruzione, rivalutazione dei beni culturali, senza contare ovviamente l'obiettivo fondamentale, cioè la garanzia per le vite umane e l'abbattimento dei costi di protezione civile, gestione degli sfollati, assistenza sanitaria e ospedaliera. Sarebbe anche l'occasione per cancellare leggi inutili, stabilire una più efficace catena di controlli, fissare precise responsabilità. Si può fare, è stato fatto. La ricostruzione del Friuli è stato un modello di efficienza e trasparenza; vent'anni fa in Lunigiana, dopo un terremoto, la Regione Toscana ha finanziato ogni proprietario con una somma in denaro che ha consentito loro di ricostruire o ristrutturare con caratteristiche antisismiche; meccanismo simile ha funzionato in Umbria e in Emilia; in Cile, in Turchia sono stati varati piani pluriennali per abbattere e ricostruire milioni di immobili, ma in mezza Italia, accanto alle ricostruzioni, basterebbero interventi di emergenza (catene ferrate a stringere gli immobili, suggeriscono i tecnici) in attesa di misure più drastiche. Volendo si può. Ogni tanto, in tempi di crisi, qualcuno ricorda un paradosso caro a John Maynard Keynes che invitava lo Stato a pagare lavoratori disoccupati perché scavassero e poi riempissero grandi buche, all'unico scopo di conquistarsi un salario da spendere in consumi rimettendo così in moto l'economia. Nell'Italietta terremotata, altro che buche! Piuttosto un grande progetto in nome del quale si potrebbe davvero chiedere maggiore flessibilità ai nostri occhiuti censori europei. Stavolta tutti capirebbero.



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